Terremoto politico
Giusi Bartolozzi
Giusi Bartolozzi esce di scena da Via Arenula in un passaggio che intreccia politica, giustizia e gestione del potere dentro il ministero. A segnare il suo destino è stato soprattutto l’esito del referendum sulla giustizia, battaglia nella quale la magistrata ed ex deputata di Forza Italia si era spesa fino all’ultima apparizione pubblica, con toni che avevano acceso uno scontro durissimo con la magistratura.
Classe 1969, Bartolozzi era considerata una figura centrale negli equilibri del ministero della Giustizia. Per il peso accumulato negli anni e per il ruolo esercitato nei dossier più delicati, era stata soprannominata la “zarina” di Via Arenula, definizione che restituisce bene la forza ma anche la divisività della sua presenza.
A rendere irreversibile la crisi è stata la coda polemica del referendum, nel quale Bartolozzi aveva scelto di esporsi apertamente. La frattura si è consumata soprattutto dopo l’esternazione televisiva in cui aveva accusato la magistratura di comportarsi come «plotoni di esecuzione», invitando a votare sì «per toglierla di mezzo».
Parole che hanno provocato un’ondata di reazioni e che hanno finito per isolare ulteriormente la capo di gabinetto. La sconfitta del Sì, arrivata al termine di una campagna nella quale lei stessa si era impegnata in modo diretto, ha trasformato quella esposizione in un boomerang politico e istituzionale. Non soltanto per il contenuto delle frasi pronunciate, ma anche per il segnale che il risultato referendario ha consegnato agli equilibri interni del ministero.
Chi ha lavorato con lei la descrive come una dirigente influente, capace di esercitare un forte controllo sulle dinamiche di Via Arenula, ma anche come una presenza spesso divisiva. Il soprannome di “zarina” non evocava soltanto centralità, ma anche un modo di occupare il ruolo che negli anni ha suscitato tensioni e resistenze.
La sua parabola al ministero si è ulteriormente complicata nel 2025, quando il suo nome è finito nell’inchiesta sul caso Almasri. Si tratta del fascicolo in cui Bartolozzi risulta indagata per false informazioni ai pubblici ministeri, in una vicenda che ha avuto riflessi politici e istituzionali molto ampi.
La vicenda ruota attorno alla liberazione del generale libico Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per gravi crimini di tortura contro i migranti e poi riportato in Libia dopo l’arresto in Italia. Quel caso aveva portato alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, richiesta successivamente respinta dal Parlamento.
L’unico filone ancora aperto, secondo il testo fornito, resta proprio quello che riguarda l’ex capo di gabinetto di Via Arenula. In base alle accuse, Bartolozzi avrebbe mentito ai magistrati davanti al Tribunale dei ministri, sostenendo che Nordio non fosse a conoscenza dell’iter che aveva portato alla liberazione del generale libico. Un’accusa che ha continuato a pesare sul suo profilo pubblico e istituzionale anche nei mesi successivi.
Fino all’ultimo il ministro della Giustizia ha pubblicamente ribadito la sua «massima lealtà» nei confronti della dirigente. Lo ha fatto anche quando Bartolozzi è finita al centro della bufera per l’attacco alle toghe. In quel passaggio, dopo la richiesta formale di scuse contenuta in una nota e il rifiuto della stessa Bartolozzi di fare marcia indietro, il Guardasigilli aveva scelto di non aprire uno scontro diretto, dichiarando dopo tre giorni di polemiche che «il caso è chiuso». Ma sul piano politico il caso, in realtà, non si è mai davvero chiuso.