Addio Senatur
SOSTENITORI PARTITO LEGA FERETRO UMBERTO BOSSI
Pontida ha salutato Umberto Bossi con una cerimonia che ha mescolato commozione, memoria politica e tensioni tutte interne al mondo leghista. Nell’abbazia simbolo del Carroccio, dove dal 1990 si tiene il tradizionale raduno del partito, si sono svolti i funerali del fondatore della Lega. Sul feretro una corona di fiori bianchi e la bandiera del Sole delle Alpi, mentre fuori e dentro la chiesa si è respirato per ore un clima da ritorno alle origini, tra foulard verdi, vessilli della Lega Nord con l’Alberto da Giussano e cori che hanno riportato in superficie parole d’ordine storiche come «Padania libera» e «Secessione».
L’ultimo saluto al Senatur è diventato così anche un passaggio politico e identitario. Un addio carico di simboli, nel luogo che più di ogni altro racconta la storia del movimento nato attorno a Bossi e alla sua idea di autonomia.
Ad attendere il feretro sulla scalinata dell’abbazia c’era il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, in camicia verde come molti dei militanti presenti. Ma proprio la sua presenza è stata segnata da contestazioni da parte di una parte della base. Alcuni sostenitori, compresi esponenti del Partito popolare del Nord di Roberto Castelli, lo hanno apostrofato con urla e accuse. «Molla la camicia verde, vergogna», si è sentito dalla folla assiepata oltre le transenne.
Dietro i familiari del fondatore della Lega è arrivato in corteo anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, visibilmente commosso e in lacrime. Gli applausi dei militanti si sono indirizzati anche verso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il governatore del Veneto Luca Zaia e quello della Lombardia Attilio Fontana. Di segno opposto, invece, l’accoglienza riservata all’ex premier e senatore a vita Mario Monti, accompagnato da fischi e grida di «vergogna».
Le esequie sono state celebrate dall’abate Giordano Rota. Nell’omelia, il religioso ha richiamato il senso del distacco e il forte legame che univa Bossi ai suoi familiari e ai suoi sostenitori. «Con la fede vogliamo vivere questo momento di distacco dal nostro fratello Umberto. Penso ai familiari e agli amici più cari che, a quanto pare, sono tanti e oggi lo vediamo», ha detto.
Nel corso della funzione, Giorgetti ha letto la prima lettura. Per la seconda si è avvicinato al microfono Renzo Bossi, salito sull’altare insieme ai fratelli Eridano Sirio e Roberto Libertà. In prima fila, da un lato, sedevano i presidenti delle Camere Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, la premier Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Salvini. Dall’altro lato i familiari del Senatur.
Alla cerimonia hanno preso parte, oltre ai ministri, ai governatori e ai parlamentari leghisti, anche Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, la ministra del Turismo Daniela Santanchè, il leader di Noi moderati Maurizio Lupi ed Enrico Borghi di Italia Viva. Una partecipazione ampia, trasversale, che ha confermato il peso storico e simbolico di Bossi nella politica italiana, ben oltre i confini dell’attuale Lega.
È stato però all’uscita del feretro che la dimensione emotiva e quella politica si sono intrecciate in modo più evidente. Dalla folla si sono levati cori come «Bossi, Bossi», «Padania libera» e «Secessione, secessione». Gli applausi si sono alternati a lunghi momenti di silenzio e al suono delle cornamuse.
Un gruppo di militanti ha intonato slogan durissimi: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore» e ancora «Roma ladrona, la Lega non perdona». I cori sono andati avanti per diversi minuti, finché Giorgetti non è intervenuto alzando la mano e chiedendo «per cortesia» al microfono, nel tentativo di placare gli animi.
Tra le bandiere del Sole delle Alpi, quelle della Lega Lombarda e i vessilli con il volto del Senatur, si è consumato così un addio che ha messo in scena anche le fratture e le nostalgie ancora vive dentro una parte del popolo leghista.
Al termine delle esequie, dopo il Va, pensiero intonato dal coro degli Alpini della Val Masino, Salvini si è avvicinato alla moglie di Bossi, Manuela Marrone, baciandola sulla testa. Anche quel gesto, però, è stato accolto con ostilità da alcuni presenti, che hanno gridato «Il bacio di Giuda» e «traditore».
Parole che raccontano la profondità del disagio di una parte della vecchia base padana nei confronti dell’attuale guida del partito.
Il momento conclusivo si è spostato sul pratone di Pontida, dominato dalla scritta verde in caratteri cubitali: “Padroni a casa nostra”. Il corteo funebre è passato tra due ali di folla, tra striscioni e bandiere, mentre i militanti sono tornati a urlare slogan identitari: «Né neri né rossi ma liberi con Bossi», «Roma ladrona, la Lega non perdona», «Padania libera».
Quando è arrivato anche Salvini, le contestazioni si sono riaccese. Un gruppetto di irriducibili del Carroccio gli ha urlato ancora: «Vergogna, togliti la camicia verde». Ne è nato un breve battibecco tra sostenitori, con altri presenti che hanno provato a spegnere la tensione gridando «Basta, basta».
Di fronte a quel clima, Salvini ha scelto di non entrare in polemica. «Oggi non si dichiara nulla, oggi è la presenza», ha detto.
Il leader della Lega ha poi affidato ai social il suo ricordo del fondatore del partito. Un messaggio costruito nel solco dell’eredità politica bossiana e del richiamo alle origini del movimento. «Trent’anni fa, come oggi, una battaglia che non era solo politica, ma identità, visione, popolo, destino. Libertà, autonomia, territorio, lavoro, sacrificio, responsabilità, giustizia, sicurezza. In quattro parole: padroni a casa nostra», ha scritto.
E ancora: «Spesso, allora come oggi, soli contro tutti. Questa è la Lega, una comunità in cammino. Buon viaggio Umberto, con Te tutto è iniziato, mai mülà!».