Scivolate, eccessi, iperboli. La campagna elettorale del referendum sulla giustizia, probabilmente, è quella che nella storia recente della Repubblica ha offerto il maggior catalogo di situazioni sopra le righe, tanto da trasformarsi in una sorta di bestiario politico, dove ogni protagonista ha provato a superare il precedente in un crescendo che ha ormai poco da invidiare al teatro dell’assurdo.
Si è partiti con un classico intramontabile: l’autorità evocata. Nicola Gratteri, ospite a DiMartedì, ha deciso di “sfatare una leggenda” citando un passaggio di Giovanni Falcone scettico sulla separazione delle carriere. Peccato che la citazione a cui si è appigliato in diretta tv non esistesse. O meglio: esisteva, ma nel mondo parallelo delle frasi apocrife che ristagnano nel web e che ciclicamente riemergono quando serve rafforzare una tesi. Il fantasma del giudice-simbolo è stato evocato e arruolato più di una volta,
Non è stato che l’inizio. Perché il livello si è alzato rapidamente, e con esso la temperatura. Nino Di Matteo è entrato in scena e ha alzato la posta, avallando un altro ragionamento estremo di Gratteri, per affermare che assieme alle persone per bene, per il Sì voteranno mafiosi, massoni e architetti del sistema corruttivo. A questo punto, la politica ha raccolto e rilanciato. Il ministro della giustizia Carlo Nordio si è scagliato contro le correnti della magistratura, descritte come un «sistema paramafioso», un «verminaio correntizio», addirittura un «mercato delle vacche». Le opposizioni sono insorte, l’Anm ha parlato di offesa alla memoria dei magistrati uccisi dalle mafie, e nel giro di poche ore il dibattito è scivolato definitivamente sul terreno dello scontro istituzionale.
Ma il bestiario non si è fermato ai piani alti. Anzi, ha trovato nuova linfa proprio quando è sceso di livello. Nicolò Zanon, già vicepresidente della Consulta, è andato sulla metafora anatomica: Giovanni Bachelet (del comitato per il No) «l’ha fatta fuori dal vaso», ha scritto rispondendo a un post di quest'ultimo che aveva irriso i “sanitari per il Sì”, nel senso di operatori della sanità, con una foto di sanitari nel senso di arredamento da bagno.
Poi è arrivato l’episodio che, allo stato, è quello che ha fatto registrare il picco delle polemiche: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia, in un dibattito televisivo ha lanciato questo appello: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». Qui il bestiario è diventato un film di guerra. Si è scritto nei retroscena di una premier furiosa, di richieste di dimissioni sfumate, di una pezza messa in fretta e furia su una dichiarazione difficilmente archiviabile.
Nel frattempo, sullo sfondo, il confronto politico ha continuato a oscillare tra dramma e parodia. Giuseppe Conte ha parlato di “oscenità” e “crociate”, Giorgia Meloni ha alternato video istituzionali a comizi dai toni apocalittici, evocando un sistema che «libera gli stupratori». E come in ogni buon crescendo, non è mancato un acuto: un post del segretario dell'Anm Rocco Maruotti che ha accostato un fatto di cronaca americana a un presunto “omicidio di Stato” destinato a restare impunito nel modello a cui si ispirerebbe la riforma. Post cancellato dopo pochi minuti, con scuse al seguito. Ma intanto, anche questo tassello è finito nella collezione.
Il risultato è stato una campagna elettorale che ha ben presto perso la bussola, inghiottita da una spirale in cui ogni parola doveva essere più forte della precedente. Un’escalation che racconta molto più del clima politico che del merito della riforma. Perché alla fine, in questo bestiario, il vero animale raro è proprio il dibattito. E ha rischiato seriamente l’estinzione.