Umberto Bossi non c’è più. E non c’è Giorgio Forattini, che ci ha lasciato lo scorso 4 novembre, a dedicargli una vignetta di volata elettorale (o referendaria) come aveva fatto nel 1984 dopo la morte di Enrico Berlinguer e il conseguente successo nelle urne del Pci, che con il suo 33,3% aveva superato, prima e unica volta, la Democrazia cristiana.
Un sorpasso nel cielo, aveva rappresentato il primo vignettista d’Italia. E chissà se il dolore, che oggi non è solo del popolo leghista, accompagnerà questo grande leader, che con Silvio Berlusconi ha fondato la seconda repubblica, a un nuovo sorpasso. Sarà un popolo commosso ad accompagnarlo, proprio nella Pontida del pratone ricco di storia di tante manifestazioni, per l’ultimo saluto nella domenica in cui si voterà per il referendum.
Anche i ricordi si affrettano a volare, e le immagini portano ad altri giardini e prati, ad Arcore, la Brianza che rappresenta quel “popolo delle partite Iva” che fu il primo bacino elettorale della Lega Nord. E vediamo loro due, Umberto e Silvio, un po’ scamiciati e sorridenti a stringersi la mano dopo quell’alleanza che pareva così innaturale. Mentre uno gridava di essere, con i suoi, il capo dei nuovi partigiani, e intanto l’altro stringeva alleanza, nelle regioni del sud d’Italia, con il Msi-Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, gli eredi di coloro che non erano certo andati sulle montagne a combattere contro il nazi-fascismo.
La canottiera e il doppiopetto, uniti fino alla fine, nei loro pranzi del lunedì, proprio come una coppia che ha vissuto passioni e rotture e trasgressioni. Il primo matrimonio è durato sei mesi, è caduto apparentemente su una riforma delle pensioni che poi il premier che succederà a Berlusconi, Lamberto Dini, riproporrà identica senza che la Cgil riempisse più la piazza e neanche facesse uscire di casa i lavoratori. Ma prima, nel luglio dello stesso 1994 in cui il primo governo Berlusconi era nato, era accaduto qualcosa di importante sulla giustizia. Il “decreto Biondi” sulla custodia cautelare non era parto di una qualche furia del fondatore di Forza Italia nei confronti delle toghe. Anche perché lo stesso Umberto Bossi, che aveva fatto crescere il suo popolo del nord al grido di “Roma ladrona” mentre a Milano fioriva l’attività giudiziaria di Mani Pulite, non era mai stato amico dei magistrati, a qualcuno dei quali avrebbe voluto “dare una raddrizzata”.
E quel decreto, che inizialmente si chiamava “Biondi-Maroni”, dai nomi dei proponenti ministri di giustizia e degli interni, era condiviso da tutto lo schieramento, compresa la destra di Fini, che aveva portato in Parlamento un agguerrito gruppo di avvocati di solida fede garantistica. Quel provvedimento sulla custodia cautelare, che ne rendeva graduale il ricorso a seconda della tipologia e gravità dei reati, era parso necessario a causa dell’uso smodato e ricattatorio che se ne stava facendo sui reati contro la Pubblica Amministrazione. E ci sarebbe proprio voluta la separazione delle carriere, visto che il pool di Milano era arrivato al punto, con un espediente procedurale, di scegliere un solo gip per tutte le inchieste, unificate in un fascicolo con lo stesso numero progressivo.
Così, mentre Bossi si lasciava irretire dal presidente Scalfaro e gustava sardine in Puglia con Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, il ministro Roberto Maroni mise in atto quello che Biondi chiamò ironicamente un «disconoscimento di paternità», facendo cadere il progetto di riforma sulla giustizia. Certo, una bella mano l’avevano data, proprio come sta succedendo nelle intenzioni di oggi con il referendum, i magistrati. Confermando la storia italiana che ha sempre visto le toghe in atteggiamento contro-riformatore.
La casta, che Bossi più di Berlusconi non amava e anzi irrideva, aveva ostacolato il processo di rito accusatorio voluto nel 1989 dal socialista Giuliano Vassalli, medaglia d’argento della resistenza. Poi, mediante una serie di sentenze della Corte Costituzionale, aveva cercato di far rientrare dalla finestra quel sistema inquisitorio caro al regime fascista che era da poco uscito dalla porta. E in quella calda estate del 1994, mentre il presidente della repubblica Oscar Scalfaro era impegnato a far cadere il governo Berlusconi, i pm milanesi spiegavano agli italiani che senza manette non avrebbero più potuto continuare a fare le inchieste. E che, se il parlamento avesse convertito in legge il decreto, loro si sarebbero dimessi in gruppo. Il resto è storia. Vinsero loro. Ma forse non tutti sanno che, dopo le scarcerazioni e poi il ritiro del decreto, quasi nessuna delle persone che erano uscite da San Vittore vi rientrò.
Perché non era vero che le manette erano indispensabili. Qualcuno aveva mentito agli italiani. Proprio come è accaduto nelle scorse settimane, quando un vergognoso manifesto del sindacato toghe ha ornato le nostre stazioni paventando che la riforma Nordio avrebbe sottoposto "i giudici" al governo. E’ falso oggi, era falso ieri. Tra l’altro, anche in quegli anni Novanta -e ne sono passati trenta- i dati sull’amministrazione della giustizia erano sconfortanti. E di tutti quegli indagati e arrestati di allora, circa la metà sarà poi assolta. Quindi non avrebbe dovuto neppure essere rinviata a giudizio.
Ma c’era stato un giudice che aveva accolto in larga parte ogni richiesta dei pubblici ministeri. Anche in questi giorni di campagna referendaria la prima linea di combattimento, quella più agguerrita e armata, è costituita non dai partiti della sinistra, peraltro molto divisa, ma dagli uomini e dalle donne che indossano la toga. E spiace che proprio i magistrati, cioè coloro nei cui confronti sarebbe bene avere il massimo della fiducia proprio perché governano la nostra libertà e la nostra vita, si siano abbassati a coltivare la menzogna, pur di vincere.
Non era vero che fossero indispensabili le manette per le indagini allora, non è vero che la riforma proposta oggi preveda ostacoli rispetto all’autonomia e indipendenza della magistratura e men che meno il suo controllo da parte del potere esecutivo. Non è vero e non è scritto nel testo. Chi lo ha detto e scritto ha semplicemente mentito, e nessuno lo sanzionerà, purtroppo. Oggi come ieri. Così ci piace, nel salutare con tristezza un grande leader che ci ha lasciato, immaginare di nuovo quei due, Umberto e Silvio un po’ scamiciati e sorridenti, che ci propongono, nel giorno del funerale di Pontida, un bel Sì nella “gabina” elettorale.