Palazzo Chigi
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri
Negli ultimissimi giorni di campagna elettorale, Giorgia Meloni ha fatto esattamente ciò che ci si aspettava da lei: accelerare. Non di poco, ma con una progressione quasi da sprint finale, calibrata su più piani e pubblici diversi, con una regia politica che tiene insieme comunicazione, governo e posizionamento internazionale. La premier ha battuto ogni terreno utile. Prima l’incursione nel podcast “Pulp”, insieme a Fedez e Davide Marra, operazione chirurgica per intercettare un elettorato giovane tradizionalmente distante dalla politica e dal centrodestra. Poi il ritorno nei talk Mediaset, presidio più classico e rassicurante, dove si gioca la partita con un pubblico più adulto e fidelizzato.
Due mondi diversi, un unico obiettivo: allargare il perimetro del consenso sul sì.
Ma è sul terreno dell’azione di governo che Meloni ha provato a piazzare il colpo più pesante. Il dossier carburanti, esploso nelle ultime settimane sotto la spinta del nuovo conflitto in Medio Oriente, è diventato il banco di prova per dimostrare capacità di intervento immediato. L’incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la convocazione, nella serata di ieri, di un Consiglio dei ministri ad hoc vanno letti in questa chiave: dare un segnale concreto a famiglie e imprese, nel momento in cui l’aumento dei prezzi rischia di trasformarsi in un boomerang politico. Non è un caso che sul fronte governativo si sia lavorato in tempi record a un decreto per contenere i rincari e contrastare le speculazioni, mentre la Lega spingeva per un tetto ai prezzi alla pompa. La tempistica, più che casuale, è politica: intervenire ora significa disinnescare una delle principali preoccupazioni dell’opinione pubblica, che guarda con crescente inquietudine agli effetti economici della crisi internazionale.
Proprio il conflitto ha aperto, per la prima volta, una crepa visibile nel rapporto tra Meloni e il presidente americano Trump, da quando quest'ultimo è tornato alla Casa Bianca. Una distanza che a Washington non è passata inosservata, tanto da essere sottolineata con fastidio anche da figure simbolo dell’universo Maga come Steve Bannon, un tempo alleato della leader di Fratelli d’Italia e protagonista della stagione di Atreju 2018.
Un segnale che racconta quanto il dossier internazionale, oltre a quello economico, sia ormai parte integrante della partita referendaria. E tuttavia, il cuore del rush finale resta nella comunicazione diretta. Il video pubblicato sui social dalla premier segna un salto ulteriore: non più solo appello al voto, ma vera e propria guida pratica. «Questa è la scheda che troverete al seggio», spiega Meloni mostrando il facsimile e indicando con la matita dove mettere la croce. Un tutorial politico che diventa anche messaggio mobilitante. Il passaggio chiave è quello sull’assenza del quorum: «Il risultato sarà valido qualunque sia l’affluenza. Questo significa che la differenza la fa chi va a votare». Tradotto: la partita si gioca sulla capacità di portare alle urne il proprio elettorato. E infatti l’invito è esplicito: «Andate a votare e mettete una croce sul sì, perché in quella croce c’è molto di più di un segno su un foglio».
Dentro quella croce, Meloni prova a concentrare l’intero impianto politico della riforma: «L’idea di giustizia in cui crediamo», «il futuro che vogliamo lasciare ai nostri figli», «il messaggio che non accetteremo che tutto rimanga sempre uguale». Fino alla definizione più ambiziosa: «Un’occasione storica per rendere la giustizia più meritocratica, più responsabile, più efficiente, in una parola: più giusta».
È qui che si misura l’intensità dell’ultima fase della campagna. Non solo nella moltiplicazione delle iniziative, ma nella scelta di trasformare ogni intervento – mediatico o istituzionale – in un tassello di una strategia complessiva. Un’accelerazione che, più che una semplice rincorsa al voto, assomiglia a un tentativo di polarizzare il confronto e spingere il proprio elettorato a superare l’inerzia.
Al netto dei sondaggi e delle letture incrociate sull’affluenza, la convinzione che guida Palazzo Chigi è definita: senza mobilitazione, si perde. E allora la campagna si è fatta pressante e il messaggio didascalico. Fino a questo finale in cui Meloni prova a giocarsi tutto, contemporaneamente, su ogni tavolo disponibile.