Scontro sul referendum
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PD
Elly Schlein alza il livello dello scontro politico sul referendum del 22 e 23 marzo e accusa Giorgia Meloni di avere trasformato la campagna sulla giustizia in una battaglia contro i giudici. La segretaria del Pd, in un’intervista a Rinascita e poi a È sempre CartaBianca su Rete4, rivendica di avere tenuto il confronto sul merito della riforma e sostiene invece che sia stata la presidente del Consiglio a politicizzare il voto, usando fatti di cronaca e casi giudiziari per attaccare la magistratura.
«In mezzo a una nuova guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu, le cui conseguenze economiche già pesano sulle tasche degli italiani per l'impennata dei prezzi di energia e carburanti, anziché accogliere la nostra proposta sulle accise mobili, i canali social della presidente del Consiglio sembrano una rivista di cronaca giudiziaria. Non perde occasione per strumentalizzare fatti di attualità per attaccare i giudici», afferma Schlein.
La leader dem insiste su un punto: il Pd, sostiene, non ha chiesto un voto contro il governo ma contro la riforma. «Abbiamo fatto tutta la campagna sul merito del referendum, non abbiamo chiesto il voto contro il governo ma contro questa pessima riforma che non migliora la giustizia per i cittadini e indebolisce l'indipendenza della magistratura», dice.
Poi rivendica una linea annunciata fin dall’inizio. «Dalla prima conferenza stampa che ho fatto, appena dopo l’approvazione della riforma costituzionale, ho detto che noi non avremmo politicizzato, e che sarebbe stata Meloni a farlo. È andata esattamente così».
Per Schlein, il problema va oltre il referendum stesso, perché l’attacco continuo alla magistratura rischierebbe di produrre un danno istituzionale più ampio. «Delegittimare un potere dello Stato mina la fiducia dei cittadini verso tutte le istituzioni», avverte.
Uno dei punti centrali dell’attacco della segretaria Pd riguarda il sorteggio previsto dalla riforma per la composizione del Csm. Schlein lo considera un meccanismo senza precedenti e pericoloso.
«Il sorteggio per scegliere i componenti di un organo di rilievo costituzionale non esiste in nessun altro Paese del mondo. Chiediamoci perché. Oggi il Csm è elettivo ed autorevole, domani sarebbe sorteggiato e più debole», afferma.
Nel suo ragionamento, il sorteggio non eliminerebbe davvero il peso delle correnti, ma cancellerebbe la rappresentanza. «Chi di noi affiderebbe un compito delicato o la propria rappresentanza al sorteggio? Significa abdicare alla fatica della scelta delle persone più competenti e autorevoli per ricoprire un’alta funzione. Significa rinunciare alla rappresentanza per affidarsi a una sorta di lotteria. Il sorteggio non elimina le correnti, elimina la rappresentanza democratica».
Schlein aggiunge che il meccanismo potrebbe produrre anche risultati paradossali. «Potrebbero essere sorteggiati tutti componenti di una stessa area, oppure potrebbero essere sorteggiati tutti uomini con grave danno alla parità di genere», osserva.
Ma il punto che considera più grave è un altro: l’asimmetria tra togati e laici. «I membri togati verrebbero sorteggiati a caso tra gli oltre 9000 magistrati, mentre quelli laici verrebbero sorteggiati da un elenco votato dal Parlamento, dove esiste una maggioranza politica. È chiaro che la politica avrebbe più peso, non meno».
La segretaria del Pd inserisce il referendum dentro una cornice politica molto più larga. A suo giudizio, la riforma della giustizia non arriva da sola, ma fa parte di «un disegno complessivo» della destra.
«Senz'altro questa riforma non arriva da sola. Arriva dopo un’autonomia differenziata che spacca ancora di più il Paese senza mettere un euro per il Sud e le aree interne e arriva insieme al premierato», spiega. E aggiunge: «È chiaro che se vincesse il sì, immagino che il governo andrebbe speditamente avanti anche sul premierato, che indebolisce i poteri del Parlamento e del presidente della Repubblica che per noi non si toccano».
Per questo, Schlein separa nettamente il referendum da un eventuale giudizio immediato sulla tenuta del governo. «Meloni dice che se vincesse il No non si dimetterà? Noi abbiamo sempre detto che ci occuperemo di battere Giorgia Meloni quando ci saranno le elezioni politiche», sottolinea.
La leader dem torna poi a contestare l’uso politico di vicende giudiziarie e di cronaca da parte della premier. Cita in particolare il caso di Rogoredo e accusa Meloni di avere attaccato i giudici senza poi fare marcia indietro.
«Meloni dovrebbe smetterla di strumentalizzare l’attualità anche perché poi succede come con la drammatica vicenda di Rogoredo, su cui ancora non si è scusata per aver attaccato i giudici che indagavano, e se l’avessero ascoltata quel poliziotto avrebbe ancora l’uniforme», dice.
Poi affonda anche su altri episodi della campagna per il Sì. «Per fortuna che Giorgia Meloni aveva detto che avrebbero fatto la campagna sul merito: un suo deputato ha chiesto di “utilizzare anche il solito sistema clientelare” alludendo allo scambio di favori, ma la corruzione elettorale in Italia è reato», attacca.
E ancora: «La stessa Meloni è arrivata a dire che “se vince il no ci saranno più stupratori liberi per strada”. Veramente è stato il governo a liberare uno stupratore e torturatore libico e riportarlo a casa con un volo di Stato».
Schlein conferma infine che il Pd continuerà fino all’ultimo giorno a sostenere il No sul territorio. «Noi continueremo fino all’ultimo giorno utile a stare tra le persone spiegando le ragioni di merito del nostro No», afferma.
Tra gli ultimi appuntamenti segnala la manifestazione del comitato civico del No a Piazza del Popolo e la chiusura del suo tour in Milano venerdì sera.