La gaffe è servita. E anche abbondante. Nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia, nel momento in cui la premier Giorgia Meloni si è decisa a far rientrare il dibattito su binari istituzionali e possibilmente sobri, a far deragliare il convoglio è bastata una frase pronunciata in tv dalla capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi.
L’auspicio di votare sì alla riforma «così ci leviamo di mezzo la magistratura che è un plotone d’esecuzione» ha avuto l’effetto di una granata lanciata in un'arena che già ribolliva di suo. A Palazzo Chigi l’umore non è stato esattamente dei migliori. I retroscena raccontano di una Giorgia Meloni furibonda, con una richiesta di dimissioni inizialmente messa sul tavolo e poi rientrata dopo qualche ora di febbrili consultazioni e considerazioni di opportunità politica. Non tanto – o non solo – per il contenuto della frase, quanto per l’effetto politico di un assist servito su un vassoio d’argento al fronte del no, proprio mentre la premier si affannava a spiegare che il referendum non è una resa dei conti con la magistratura.
Il problema, però, è che la battuta di Bartolozzi non è affatto un incidente isolato. Piuttosto l’ultimo capitolo di una tradizione ormai consolidata della legislatura: la gaffe di maggioranza che costringe la presidente del Consiglio a indossare i panni della riparatrice ufficiale. Un ruolo esercitato con una certa continuità negli ultimi mesi, soprattutto da quando il dossier giustizia è entrato nel vivo. Restando in tema, basta fare un passo indietro per imbattersi nella sortita del ministro Nordio contro il Csm, definito «paramafioso». Un’espressione che ha scatenato un terremoto politico e mediatico, con l’opposizione pronta a denunciare l’ennesimo attacco alla magistratura e la premier impegnata a smussare i toni, dopo aver chiamato a rapporto il Guardasigilli a Palazzo Chigi.
Ma la cronologia degli incidenti di percorso non si ferma qui. Prima ancora che la riforma fosse definitivamente approvata dal Parlamento e il referendum entrasse nell’orizzonte immediato, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si era lasciato andare, in una conversazione confidenziale con un cronista, a considerazioni piuttosto caute sullo sdoppiamento del Csm. Il rischio, spiegava, era quello di creare una sorta di «super pm». Parole che nei giorni successivi diventarono materiale prezioso per l’opposizione, pronta a citare il sottosegretario come testimone involontario delle presunte criticità della riforma. Non meno rumorosa è stata, a fine ottobre, la riflessione del presidente del Senato Ignazio La Russa, che si è domandato pubblicamente se il gioco di approvare la riforma «valesse la candela». Apriti cielo. Anche in quel caso l’opposizione ha colto la palla al balzo, mentre a Palazzo Chigi si lavorava a una nuova operazione di pronto soccorso comunicativo.
Se poi si esce dal perimetro stretto del referendum, il campionario diventa ancora più ricco. Il vicepremier Matteo Salvini, ad esempio, nelle ore successive all’uccisione di un pusher di origine magrebina nel bosco di Rogoredo, si lanciò sui social in una difesa senza appello del poliziotto coinvolto, ribadendo che «la difesa è sempre legittima». Peccato che, col passare delle ore, il profilo dell’agente risultasse meno limpido di quanto inizialmente apparso. Tanto da costringere la premier a intervenire con una nota severa sulle «mele marce» nelle forze dell’ordine. Una correzione di rotta non esattamente marginale, visto che lo scudo penale per gli agenti avrebbe dovuto essere uno dei pilastri del nuovo pacchetto sicurezza.
La legislatura, del resto, ha già conosciuto momenti memorabili di imbarazzo politico. Il picco – o il fondo, a seconda dei gusti – è stato probabilmente toccato con l’affaire Sangiuliano-Boccia, che ha portato alle dimissioni del ministro della Cultura dopo settimane di difesa a oltranza da parte della premier. Difesa proseguita fino a quando la situazione non è diventata, politicamente parlando, insostenibile. E poi c’è Francesco Lollobrigida, che nel repertorio delle gaffe si è costruito una certa fama. Dalle riflessioni sui poveri che «mangiano meglio dei ricchi» alla teoria dell’acqua che «può uccidere» se bevuta in quantità eccessive – argomento sfoderato per difendere la salubrità del vino – fino al celebre richiamo alla tutela dell’«etnia italiana», che gli valse anche un mezzo rimbrotto pubblico del Quirinale.
Neppure i dossier internazionali sono rimasti immuni. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto bloccato a Dubai durante l’attacco israelo-americano all’Iran, episodio che ha generato più di qualche ironia. Mentre il titolare della Farnesina Antonio Tajani, alle prese con gli italiani nelle aree a rischio, ha consigliato loro di «non affacciarsi al balcone» per evitare incontri ravvicinati con droni iraniani. In questo quadro, la frase di Bartolozzi finisce per apparire quasi come l’ennesima tessera di un mosaico già piuttosto affollato. Un mosaico che racconta una verità semplice: governare è complicato, ma governare con alleati e collaboratori dotati di una certa creatività verbale lo è ancora di più. E così, tra una gaffe e l’altra, a Giorgia Meloni non resta che continuare a fare ciò che ormai le riesce meglio: mettere pezze. Sperando che tengano.