Verso il referendum
GIORGIO MULE' VICE PRESIDENTE DELLA CAMERA
La separazione delle carriere torna al centro della campagna referendaria con l’intervento di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile di Forza Italia per il fronte del Sì, che difende la riforma della giustizia presentandola come il superamento di una specificità tutta italiana.
Intervenendo a Radio24, Mulè sostiene che l’attuale assetto rappresenti un’eccezione nel quadro europeo e occidentale. «Quella dell’unicità delle carriere è un’anomalia tutta italiana. Su 27 Stati dell’Unione europea, 22 prevedono la separazione delle carriere. In altri tre, come nella tanto ammirata Francia, il pubblico ministero è addirittura sottoposto all’esecutivo, un pò come avviene anche in Spagna. Nel mondo occidentale restano soltanto due Paesi con il sistema attuale: Italia e Grecia», afferma.
Nel ragionamento del vicepresidente della Camera, la riforma serve anche a recidere un legame con il passato ordinamentale italiano. Mulè richiama infatti la matrice storica dell’assetto attuale, definendolo un’eredità incompatibile con una moderna idea di giustizia.
«E in nostro Paese conserva un retaggio dell’ordinamento fascista del 1941, che pretendeva carriere unificate in funzione della pretesa punitiva dello Stato, fondata sulla presunzione di colpevolezza», sostiene. È un passaggio che punta a rafforzare il valore simbolico della riforma, presentata non solo come correzione tecnica ma come rottura con una visione giudiziaria del passato.
Mulè lega poi l’intervento riformatore a un percorso che attribuisce idealmente a Giuliano Vassalli, figura storica del riformismo giuridico italiano. «Quello che si fa oggi è completare il percorso indicato da Giuliano Vassalli, partigiano, Medaglia d’argento alla Resistenza», afferma.
L’obiettivo, secondo l’esponente di Forza Italia, è garantire finalmente un giudice terzo e imparziale davvero libero da condizionamenti interni all’ordine giudiziario. «Affinchè il famoso giudice terzo e imparziale sia davvero messo nelle condizioni di essere libero nelle sue decisioni e non più condizionato dal pubblico ministero, che poi può incidere sulla sua carriera», aggiunge.
Mulè insiste anche sul significato del voto, respingendo la lettura che vorrebbe trasformare la consultazione in un test politico sul governo di centrodestra. «Dal punto di vista politico non ci sarà alcuna conseguenza, perchè non è un referendum politico», dice.
Poi aggiunge: «Chi vuole mandare a casa il governo di centrodestra, lo potrà fare se vuole tra un anno, quando ci saranno le prossime elezioni politiche». Il messaggio è chiaro: il voto del 22 e 23 marzo, nella lettura del fronte del Sì, riguarda la struttura della giustizia e non la tenuta dell’esecutivo.
Nel finale del suo intervento, Mulè prova a spostare il confronto dal piano politico a quello dell’alternativa secca tra cambiamento e conservazione dell’esistente. «Il 22 e 23 marzo non si vota contro Giorgia Meloni: si vota per cambiare un sistema oppure per mantenerlo così com'è», afferma.
E conclude: «Chi voterà no, vuole che il sistema rimanga esattamente quello attuale. A noi non piace e lo vogliamo cambiare».