Sabato 07 Marzo 2026

×

REFERENDUM

Carriere separate, la “riforma per caso” ora è un boomerang

L'appuntamento del 22 e 23 marzo non è solo per il referendum ma è anche un’occasione che, per la giustizia e per l’equilibrio fra i poteri, non tornerà più

07 Marzo 2026, 17:06

Separazione delle carriere verso fine marzo

Separazione delle carriere verso fine marzo

Era la riforma di tutti. Almeno avrebbe dovuto esserlo. Di certo è diventata l’unica. Il premierato arrugginisce ormai su un binario morto. L’autonomia è stata menomata dalla Consulta. Nella bacheca del centrodestra, alla sezione riforme approvate nella legislatura, la separazione delle carriere sarebbe diventata l’unico trofeo. Un po’ per scelta, un po’ per caso. Ma alla fine gli attriti rischiano prevalere sulle buone intenzioni, e il posto riservato alla legge Nordio di restare vuoto.

Tutto nasce nel 2023, quando la commissione Affari costituzionali della Camera apre le danze su quattro diverse proposte di legge in materia di ordinamento giudiziario. Sono firmate rispettivamente da Forza Italia, dalla Lega, da Roberto Giachetti di Italia viva e da Enrico Costa, all’epoca responsabile Giustizia di Azione, il primo a depositarne una. Si trova l’accordo e, già nella primavera di tre anni fa, si accantona la norma che avrebbe cancellato l’obbligatorietà dell’azione penale: ci accuserebbero di voler subordinare il pm alla politica, conviene Costa, che aveva tenuto nel proprio testo – identico alla proposta originaria dell’Unione Camere penali – l’intervento sull’articolo 112. Passa quindi un anno e arriva il ddl di Nordio, che include sorteggio e Alta Corte. L’iniziativa è anche un riconoscimento politico a Forza Italia: premierato e autonomia sono ancora in carreggiata, in quel momento. Ma nei mesi successivi le riforme care a Meloni e Salvini vengono risistemate nel cassetto: in una dichiarazione alla vigilia del ferragosto 2024, il sottosegretario Fazzolari, tra gli uomini di fiducia della premier, annuncia che si punterà sulla riforma della giustizia. Nel frattempo la Corte costituzionale ha ridotto la legge Calderoli sull’autonomia a un estetismo con poca sostanza. E il gioco è fatto: all-in sulla separazione delle carriere.

Ma fino a che punto il centrodestra era davvero compatto, già un anno e mezzo fa, su una scelta simile? Forza Italia ne aveva fatto motivo d’orgoglio. Ma fin da subito Fratelli d’Italia, e Meloni innanzitutto, hanno avuto un atteggiamento più sobrio. E poi c’è il caso clamoroso della Lega. Salvini ripeteva da anni come una cantilena «ci vuole la riforma della giustizia» a ogni sventura processuale, a perenne avviso di una futura vendetta. Il disco si è rotto proprio ora che si tratta di spingere il Sì alla vittoria.

I nodi vengono al pettine. Antonio Tajani è preoccupato: vede le tensioni interne legate alla guerra nel Golfo allungarsi come un’ombra sul referendum del 22 e 23 marzo. Conferma che i leader del centrodestra – cioè lui, Meloni e Salvini – non terranno alcun comizio unitario. «Meglio non politicizzare troppo il voto, finiremmo per spingere ancor di più gli elettori di centrosinistra verso le urne». Sembra una pietosa bugia. La verità è che manca una determinazione condivisa, sulla separazione delle carriere. Nel caso di Fratelli d’Italia, pesa l’idea che parte del proprio elettorato non si entusiasmi troppo, per una riforma accreditata (dagli avversari) come un ridimensionamento della magistratura. Salvini si è fatto i conti: se vince il Sì, è il trionfo di Forza Italia, più che della coalizione. Se la legge Nordio fosse bocciata, non solo ne uscirebbero mortificate le ambizioni dei berlusconiani, competitors della Lega nel derby di coalizione, ma si smorzerebbe la parabola della stessa Giorgia Meloni, e la leadership del centrodestra tornerebbe a essere un dossier aperto.

Divisi alla meta: una strategia perfetta per perdere. Non solo un referendum ma anche un’occasione che, per la giustizia e per l’equilibrio fra i poteri, non tornerà più.