L’ultimo mese prima di un referendum combattuto all'arma bianca e con posta in gioco diventata altissima non è certo il momento migliore per avviare confronto e dialogo su una legge elettorale. La materia è la più delicata in assoluto che ci sia in politica, va maneggiata sempre con massima delicatezza e questo certo non lo si può chiedere mentre ci si scambiano randellate.
Probabilmente si spiega, almeno in parte, così la reazione di chiusura totale con la quale i partiti dell'opposizione - ma in realtà il Pd molto più degli altri - hanno reagito alla presentazione della proposta di nuova legge elettorale da parte della maggioranza. Lo Stabilicum, come la destra ha battezzato la sua nuova legge, è tutt'altro che perfetto ma neppure tanto inaccettabile da non poter neppure essere discusso.
Il problema principale, per non dire l'unico reale, per il Campo Largo è la cancellazione dei collegi uninominali. I test delle precedenti prove elettorali in questo caso non valgono: nel 2018 i poli erano 3, e il M5S fece lo strapieno da solo, nel 2022 i risultati erano viziati dal suicidio dell'opposizione, che scelse di presentarsi divisa in tre e fu spazzata via. Oggi, in condizioni più normali, il testa a testa porterebbe probabilmente a un sostanziale pareggio, dovuto proprio alla prevalenza del Campo Largo nei collegi uninominali. Non vincerebbe nessuno ma in quel quadro a fortissimo rischio di ingovernabilità il Pd avrebbe larghissimi margini di gioco.
Con lo Stabilicum cambierebbe tutto. Alla Camera la destra passerebbe da una forbice prevista, sulla base della media degli attuali sondaggi, tra i 181 e i 191 deputati a 227. Il Campo Largo precipiterebbe dalla forbice 189-198 a 147 onorevoli. Stesso quadro al Senato, con la destra da 93-99 seggi a 113 e il centrosinistra da 91-99 a 76. L'ira della sinistra è comprensibile, tanto più che nel testo ci sono altre voci che sembrano e probabilmente sono fatte apposta per sgambettare la coalizione d’opposizione.
La soglia bassa aprirebbe le porte delle Camere al partito di Calenda, la cui presenza autonoma rappresenta in realtà un fatto di disturbo per la coalizione di Elly Schlein. L’indicazione del candidato premier nel programma e non sulla scheda come avrebbe voluto la premier depotenzia un po' l'effetto “premierato di fatto” ma lascia intatta la grana con la quale il Campo Largo dovrà vedersela, cioè scegliere in anticipo una candidatura sulla quale, al momento, l'accordo è sideralmente lontano.
Il problema è che difendere una legge che non consegnerebbe la vittoria a nessuno e inaugurerebbe probabilmente una fase di prolungata instabilità non è possibile o almeno non sembra essere la miglior propaganda possibile. Il Campo Largo dovrà scontare comunque una nuova legge elettorale e non è detto che quella in campo non si presti a essere comunque un possibile punto di partenza.
Tra le critiche “confessabili” quelle del Campo, si appuntano su due aspetti in effetti problematici. Il premio di maggioranza è alto. Su 400 deputati il premio di 70 implica il rischio di portare i vincitori sopra il tetto del 55%, in grado di eleggere da soli tutte le principali cariche istituzionali, a partire dal presidente della Repubblica. La minaccia è però attenuata dalla clausola che impedisce comunque di superare il tetto del 55% dell'assemblea. L'assenza delle preferenze consegna ai leader della coalizione, e ovviamente soprattutto a quella più forte, la possibilità di scegliere un Parlamento a misura sua propria. Ma Noi moderati, che è un partito della maggioranza seppure il più piccolo, chiederà in Parlamento di inserire le preferenze e con l'appoggio dell'opposizione la proposta avrebbe tutt'altro peso. Per ora però l'intera opposizione guarda solo al referendum.
Tutti sono convinti che la premier abbia scelto di accelerare all'improvviso sulla legge elettorale proprio per far slittare in secondo piano un referendum che teme di perdere. L’opposizione dunque ha tutto l'interesse non solo nell'evitare ogni segnale che possa abbassare la tensione a tutto vantaggio del Sì ma anche nello sbandierare la legge elettorale come prova ulteriore delle fantasie autoritarie di Giorgia Meloni. Dopo il referendum, però, il Campo Largo dovrà scegliere tra andare a vedere le carte della maggioranza, che si dice disposta a dialogo e modifiche, oppure scegliere la retorica facile del muro contro muro, ma scontando a quel punto una legge elettorale che sarà frutto solo delle ulteriori mediazioni nella destra.