Lunedì 23 Febbraio 2026

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Verso il voto

Tajani e Piantedosi blindano il governo: «Referendum non è un giudizio sull’esecutivo»

A un mese dal voto i ministri spingono per il Sì e negano scossoni: «Governo resta in carica». Schlein accusa: «Attacchi ai giudici, così si delegittima lo Stato»

23 Febbraio 2026, 09:19

Tajani e Piantedosi blindano il governo: «Referendum non è un giudizio sull’esecutivo»

Palazzo Chigi

a un mese dal voto del 22 e 23 marzo, la campagna sul referendum per la riforma della giustizia entra nel vivo e il centrodestra prova a fissare un paletto politico prima che la temperatura salga ancora. Il messaggio che arriva dai ministri è netto: il referendum non deve trasformarsi in un giudizio sull’esecutivo e, qualunque sia l’esito, il governo non cade. Nel frattempo, dall’opposizione continuano le accuse di delegittimazione della magistratura e di attacchi ai giudici.

Tajani: «Ottimista sul Sì, ma il governo resta»

A scandire la linea con più chiarezza è il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in un’intervista al Giornale si dice «ottimista» sulla vittoria del Sì. Le ragioni del referendum, sostiene, «sono solide» e vanno spiegate «con serenità», perché la campagna «non sarà una passeggiata di salute».

Il punto politico però è soprattutto uno: «L’importante è che tutti vadano a votare e si rendano conto che la riforma riguarda gli italiani. Non è un giudizio sul Governo, che con risultato qualunque rimarrà in carica».

Piantedosi: «Niente falli di reazione, nessuno scossone istituzionale»

Sulla stessa linea il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che invita a «non commettere falli di reazione» rispetto alle provocazioni. Intervenendo a un convegno di Fratelli d’Italia sulla giustizia a Bologna, Piantedosi richiama un precedente: «L’anno scorso c’è stato un referendum molto importante… I sostenitori non mi pare si siano dimessi quando l’esito è stato pressoché disastroso».

Poi ribadisce la tesi cardine: «Non ci saranno scossoni istituzionali. La magistratura resterà autonoma e indipendente, e il confronto democratico continuerà nel rispetto delle regole». E respinge l’idea che la riforma cambi assetti fondamentali: «Sfido chiunque a indicare dove, nel testo costituzionale, sia previsto anche introdurre un simile assetto. Non si incide sul rapporto tra polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, che resta saldo e rappresenta una ricchezza del nostro ordinamento».

Per Piantedosi il referendum riguarda «lo spirito dell’articolo 111 della Costituzione sulla terzietà del giudice», non gli equilibri di Palazzo Chigi.

Nordio: «Contumelie e banalità, grazie al Colle per l’invito»

Nel dibattito interviene anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che respinge l’accusa di voler alimentare lo scontro. Da Bologna parla di «contumelie e banalità» rivolte alla maggioranza – dalle evocazioni della P2 alle accuse di ammiccamenti alla criminalità – sostenendo che l’opposizione non avrebbe «argomentazioni razionali» contro la riforma. Nordio afferma di non aver mai alzato i toni e ringrazia il presidente della Repubblica per l’invito a ricondurre il confronto nell’alveo della dialettica fisiologica tra istituzioni.

Schlein: «Attacchi ai giudici, così si incrina la fiducia»

Dal Partito democratico la segretaria Elly Schlein legge però uno scenario opposto. Dopo il discorso «di altissimo profilo» del capo dello Stato, accusa la premier di aver ignorato l’appello al rispetto reciproco tra poteri e di aver continuato con attacchi ai giudici. Per Schlein delegittimare un potere dello Stato significa incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

E in caso di vittoria del Sì, aggiunge, non sarebbe una sconfitta personale ma «un problema per il Paese», perché in gioco ci sarebbe l’equilibrio tra indipendenza della magistratura e diritti dei cittadini. «Se la giustizia in Italia non è perfetta, di certo non migliora mettendo i giudici sotto il controllo del governo», sostiene.

Schlein affonda anche su una polemica specifica: «Trovo incredibile che Nordio abbia detto che il Csm, presieduto da Mattarella, ha un metodo para-mafioso e trovo sorprendente che il ministro non si sia scusato e che Meloni non abbia preso le distanze».