Opposizioni all'attacco
GIUSEPPE CONTE PRESIDENTE M5S
C’è un punto su cui le opposizioni stanno provando a inchiodare la campagna referendaria: il voto del 22 e 23 marzo non sarebbe un passaggio tecnico, ma il tassello conclusivo di una sequenza. Premierato, autonomia differenziata, ora giustizia. Pd e Movimento 5 Stelle leggono le tre riforme come un’unica traiettoria di ridefinizione dei pesi costituzionali promossa da governo e maggioranza. E su questa chiave provano a trasformare il referendum in un giudizio politico complessivo.
Il presidente dei senatori dem Francesco Boccia parla apertamente di «prova di forza» e mette l’accento sul cuore del tema: «È la scelta più importante della legislatura, perché interviene sull’equilibrio tra i poteri, non sull’organizzazione degli uffici». Nella lettura del Pd, la riforma tocca sette articoli della Costituzione e ridisegna il rapporto tra Parlamento, magistratura ed esecutivo.
Boccia insiste anche sulla modalità: «È una scelta politica che la maggioranza ha imposto senza modifiche». Da qui la conseguenza politica: «Per questo il referendum sarà anche un giudizio sul governo che quella riforma l’ha voluta e imposta». Per i dem, quindi, il nodo non è l’efficienza – tema su cui non rivendicano “miracoli” – ma la collocazione della giurisdizione dentro l’architettura costituzionale e, in ultima analisi, l’impianto complessivo costruito dalla premier Giorgia Meloni.
Nel suo ragionamento Boccia cita un caso americano: l’intervento della Corte suprema sulle misure dell’amministrazione Trump in materia di dazi, letto come riaffermazione del principio che «nessun presidente è al di sopra della legge». È un punto che Boccia usa per legare la partita italiana al tema dei contrappesi: «Il potere deve avere limiti chiari e controlli effettivi… non nasce dall’accentramento, ma dall’equilibrio». E chiude con un’immagine netta: «Il 22 e 23 marzo si sceglie tra due concezioni della democrazia: o con la Costituzione, o con il potere senza limiti. Sarà un passaggio di verità».
Sulla stessa linea si muove il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte pubblica un video su Facebook e punta sulle contraddizioni della maggioranza: dopo le parole in Aula della senatrice Giulia Bongiorno, che avrebbe escluso un impatto della riforma su tempi ed efficienza, Conte rilancia vecchie dichiarazioni della premier Meloni in cui l’obiettivo dichiarato sarebbe stato una giustizia più efficace.
La tesi del leader M5S è che la riforma non migliori il servizio, ma intervenga sugli equilibri interni, con effetti sui rapporti tra poteri. E il messaggio finale è un invito esplicito: «Non facciamoci fregare, votiamo no al referendum salva-casta».
Il centrodestra, però, non arretra e rivendica compattezza. «Votiamo sì senza se e senza no» è lo slogan rilanciato dalla Lega attraverso Simonetta Matone, deputata ed ex magistrata. Matone sostiene che sarà «una dura fatica» riportare i toni del confronto nei limiti della correttezza e della comprensibilità per gli elettori, e attacca le opposizioni: per lei Pd e sinistre non avrebbero interesse a riformare la giustizia, ma punterebbero a usare il referendum per colpire il Governo in una sorta di anticipo delle politiche. E chiude con un messaggio di unità: «Il fronte del Sì, il centrodestra, è sempre unito come il primo giorno».