Domenica 22 Febbraio 2026

×

Verso il voto

Quel “vota Sì” che Palazzo Chigi non riesce ancora a dire...

Le critiche alla magistratura possono mobilitare il Sì? Tra messaggi complessi e comunicazione ambigua cresce l’incognita sull’affluenza

21 Febbraio 2026, 09:20

09:29

Quel “vota Sì” che Palazzo Chigi non riesce ancora a dire...

Palazzo Chigi

A questo punto è il caso di chiederselo: ma davvero la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha elementi per ritenere che siano utili al Sì, le pesanti critiche alla magistratura “responsabile” di favorire i migranti con le proprie decisioni? Davvero ha una consistenza, la tesi secondo cui queste polemiche possano persuadere gli elettori di destra a partecipare al referendum e a confermare la separazione delle carriere?

Forse è il caso di avanzare, su questo tipo di approccio, come minimo qualche perplessità. Perché il principio a cui Meloni allude è molto, ma molto complicato. Lo si potrebbe riassumere così: poiché la riforma Nordio tende a stroncare il correntismo, si pensa evidentemente che dovrebbe sgretolarsi anche l’ideologismo interno all’ordine giudiziario, e dunque dovrebbero sentirsi meno forti e incoraggiate quelle toghe che, nelle loro sentenze, danno ragione alla Sea Watch o agli immigrati trattenuti nei Cpr albanesi. Ora, ci sono almeno due se non tre obiezioni. Tanto per cominciare, non è affatto detto che quelle decisioni “contrarie alle politiche del governo sull’immigrazione” siano frutto di pregiudizio ideologico.

Nel caso della Sea Watch sembrerebbe piuttosto trattarsi di un riconoscimento dovuto per ordinarie questioni legali, per una sorta di silenzio-assenso che ha innescato il diritto al risarcimento in favore della Ong. Ma se proprio vogliamo immergerci nella complessità di questa teoria sulla polemica con le toghe che spingerebbe gli elettori di destra a votare Sì, teoria che sembrerebbe all’origine di video come quello diffuso dalla premier mercoledì sera; se proprio vogliamo seguire il discorso e cercare una coerenza con la riforma della magistratura, dobbiamo rispondere alla seguente domanda: chi ce lo dice che le correnti, incluse le correnti cosiddette “rosse”, seppur private del potere di governare promozioni e carriere dei magistrati, non continueranno a esistere come aggregazioni culturali e ideali?

Non solo, c’è una terza obiezione, forse la più insuperabile: davvero il grosso degli elettori riesce a seguire questo discorso? A noi sembra difficile. È troppo complicato. I cittadini sanno ben poco, anzi nulla nella maggior parte dei casi, di Csm, Anm e correntismo. Nella maggior parte dei casi non ci capiscono un accidente. Forse gli elettori, compresi gli elettori di centrodestra, o quanto meno una loro non piccola parte, non hanno neppure capito che per stare dalla parte del governo deve votare Sì. Non hanno neppure ben chiaro che si tratta di un referendum senza quorum e che quindi vince chi prende un voto in più.

Abbiamo visto eccome i manifesti di Fratelli d’Italia, che finalmente, dopo qualche falsa partenza, ha fatto stampare e affiggere 6x3 con un Sì grosso quanto una porta di hockey su ghiaccio. Peccato che la dicitura “Gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato” sia così piccola da essere illeggibile. Il simbolo del partito di Giorgia Meloni non c’è. Come se si avesse paura di schierarsi davvero. Come se FdI, ma anche altre forze politiche, per esempio la Lega, non volessero compromettersi troppo con questo referendum. Sembra che non si voglia rischiare di intestarsi un esito sfavorevole. Peccato che una parte degli elettori manco ha capito quale potrebbe essere, l’esito favorevole dal punto di vista del governo.

C’è poco da fare. il centrodestra e la sua leader innanzitutto, devono rassegnarsi all’idea che, presto o tardi, dovranno salire su un palco e, in favore di telecamera, parlare chiaro. Meloni, Fratelli d’Italia, Salvini, la Lega, devono dire una cosa molto semplice: “Cari elettori, al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo dovete votare Sì”, punto. Possono giusto aggiungere: “Perché solo così avremo una giustizia migliore e giudici più liberi. Solo così restituiremo alla magistratura l’onore calpestato dal correntismo e dal mercato delle nomine”. Ecco: la seconda parte giusto se si vuol essere più dettagliati. Ma basterebbe la prima. Basterebbe dire “votate Sì, è importante, e andateci, a votare, perché stavolta non c’è quorum”. Basterebbe questo.

Non è chiaro se l’altra strada scelta da Meloni, l’allusività dei messaggi sulla magistratura filo-migranti, sia solo un primo assaggio, una manovra di avvicinamento alla questione, in vista di ben altri messaggi agli elettori. Non lo sappiamo ma non possiamo nascondere un’impressione: che in realtà la premier e il suo partito non sono per nulla convinti di doverla pronunciare, quella frase semplice semplice, “votate Sì”. Ed è un’incognita seria, questa. Perché la strada che finora Meloni ha scelto, la complicatissima tesi della riforma-anti-giudici-filo-migranti, temiamo che gli elettori non la capiscano, che li confonda. Che rischi di confondere persino chi, tra i sostenitori del centrodestra, è più informato, e conosce l’ordinamento giudiziario. Perché soprattutto quella parte di elettorato conservatore che segue Meloni da tempo ha un’idea comunque alta della funzione giudiziaria, considera comunque la magistratura come un alto presidio dello Stato. Se quel segmento di opinione pubblica, certamente schierato a destra, intravedesse dietro la riforma l’intenzione di voler colpire, indebolire la magistratura, potrebbe esitare, piuttosto che correre alle urne. Il Dubbio ne ha parlato mercoledì in un’intervista con il professor Giovanni Orsina, centrata anche sul rischio che il discorso “toghe rosse amiche dei migranti” generi solo confusione.

Forse sarebbe meglio parlar chiaro, o la riforma non passerà. E allora, magari, tutto il patrimonio politico che la premier e il suo partito intendono preservare sarebbe assai più in pericolo. Mentre una vittoria del Sì al referendum avrebbe un significato notevole non solo per il centrodestra ma per l’intera democrazia.