Il Movimento 5 Stelle alza il livello dello scontro e imprime un’accelerazione alla campagna per il No al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Un cambio di passo non solo comunicativo ma identitario, reso necessario da un dato che al quartier generale pentastellato non viene più sottovalutato: una quota tutt’altro che marginale dell’elettorato grillino guarda con favore alla riforma.
E lo fa non in chiave garantista, ma da un punto di vista giustizialista e securitario, in sintonia con la narrazione di una parte del centrodestra che lega la separazione delle carriere e la nuova architettura disciplinare alla promessa di maggiore severità contro immigrazione illegale e reati di allarme sociale. Un terreno scivoloso per il M5S, storicamente sensibile ai temi della legalità ma anche esposto alla retorica della “tolleranza zero”.
I sondaggi che circolano nelle ultime settimane segnalano una permeabilità preoccupante: il rischio è che il referendum diventi, per una fetta dell’elettorato pentastellato, un voto d’ordine contro giudici percepiti come indulgenti, specie in materia di sicurezza. Un frame che intercetta pulsioni profonde e che rende più difficile una linea di opposizione netta.
A complicare il quadro contribuisce l’atteggiamento di Giuseppe Conte su altri dossier, come il recente referendum sulla cittadinanza, dove l’ex premier ha assunto posizioni meno allineate al resto del centrosinistra e più dialoganti con sensibilità presenti anche nel campo avverso. Un’impostazione che, se da un lato rafforza il profilo autonomo del Movimento, dall’altro espone a cortocircuiti quando il tema è la giustizia e il confine tra garantismo e sicurezza si fa sottile.
Da qui la necessità di un “richiamo all’ordine”. La serata al Teatro Al Massimo di Palermo, significativamente intitolata “La vera posta in gioco”, è stata pensata esattamente in questa chiave. Protagonista il senatore M5s ed ex-pm antimafia Roberto Scarpinato, chiamato a spiegare “cosa c’è davvero dietro la riforma della magistratura oggetto del referendum del 22 e 23 marzo”. Non una semplice iniziativa politica, ma – come recita la nota – “un appuntamento teatrale e civile” per analizzare “contenuti e conseguenze della riforma voluta a tutti i costi dal governo Meloni”.
Lo storytelling costruito attorno alla figura di Scarpinato punta a riportare il dibattito sul terreno sistemico: assetto della magistratura, equilibri democratici, interessi in campo. Una contro-narrazione rispetto all’idea che la riforma serva a “mettere in riga” giudici troppo autonomi. Il messaggio è chiaro: in gioco non c’è una resa dei conti corporativa, ma la fisionomia stessa del sistema democratico.
Sulla stessa linea la deputata Vittoria Baldino, che ad Agorà ha respinto l’argomento secondo cui i magistrati non sarebbero giudicati: «I magistrati italiani sono tra i più sanzionati d’Europa e non risulta che il ministro della Giustizia abbia mai impugnato una sanzione. I magistrati sono già giudicati». Il punto, per Baldino, è un altro: con la riforma «saranno giudicati da un’Alta Corte fortemente politicizzata, non più presieduta dal Presidente della Repubblica ma da un membro laico scelto dalla politica», con il rischio che vengano colpiti «quei magistrati le cui decisioni non piacciono all’esecutivo».
La cornice si completa con l’attacco frontale al governo sul caso Gratteri. «Attaccare, delegittimare e isolare il procuratore Nicola Gratteri è il regalo più grande che si possa fare ai boss», ha denunciato Valentina D’Orso, parlando di «operazione di violenta denigrazione» e chiedendo al ministro Nordio «un’immediata manifestazione di sincere scuse». Anche qui il sottotesto è evidente: la riforma non rafforza i cittadini, ma indebolisce chi combatte criminalità organizzata e poteri opachi. È in questo intreccio tra sicurezza, legalità e autonomia della magistratura che il M5S prova a ricompattare il proprio elettorato.
Paradossalmente, per Pd e Avs è più semplice prendere le distanze dalla retorica securitaria del centrodestra, avendo un elettorato meno permeabile a quel tipo di argomentazioni. Per i Cinque Stelle, invece, la sfida è doppia: evitare che il referendum si trasformi in un plebiscito contro i giudici e, al tempo stesso, non perdere il contatto con quella domanda di ordine che attraversa una parte della propria base. Da qui al 22 marzo, il salto di qualità dovrà tradursi in una campagna capace di sciogliere l’ambiguità.