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La premier

Il gioco si fa duro Meloni nella mischia del referendum

Col no in recupero e gli elettori di centrosinistra vogliosi di "spallata", la premier si prepara alla bagarre

13 Febbraio 2026, 10:47

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Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri

Il referendum sulla giustizia entra nella sua fase più delicata. Il nuovo sondaggio dell’istituto Noto fotografa una situazione ancora favorevole al sì, al 53%, ma in calo di sei punti rispetto a fine gennaio, con il no al 47%. Il dato più politico, però, è un altro: per il 70% di chi voterà contro la riforma, la scelta è legata al giudizio sul governo Meloni. Solo il 75% dei favorevoli dice invece di decidere sulla base dei contenuti. Tradotto: il fronte del no si sta strutturando sempre più come un voto contro l’esecutivo.

È la dinamica che temeva Carlo Nordio. Il ministro della Giustizia lo ha ammesso pubblicamente: «Purtroppo, essendosi politicizzata la questione, il quesito rischia di trasformarsi in un sì o in un no al governo Meloni. È quello che spero di evitare, anche se temo che possa accadere».

Nordio avrebbe voluto una campagna centrata sul merito della separazione delle carriere, sui due Csm, sull’Alta Corte disciplinare. E invece il terreno si sta spostando.

Anche perché la politicizzazione produce un secondo effetto: si riduce l’area del dissenso interno al centrosinistra. Se il referendum diventa un giudizio sull’esecutivo, diventa più difficile per un elettore progressista votare sì contro la linea del proprio partito.

È il riflesso speculare di quanto accade nel centrodestra, dove l’elettorato tende a compattarsi quando la sfida assume i contorni di uno scontro politico.

A Palazzo Chigi lo sanno, il cambio di clima è stato registrato. Fino a poche settimane fa la strategia era prudente: profilo istituzionale, pochi comizi, delega ai ministri e ai comitati. L’idea era evitare di trasformare la consultazione in un referendum su Meloni. Ma i segnali raccolti nelle ultime rilevazioni e nelle analisi interne hanno convinto la premier che restare alla finestra non è più un’opzione.

Nel partito si sono moltiplicati i sondaggi riservati tra gli iscritti e le interlocuzioni con i dirigenti territoriali. L’obiettivo è misurare la disponibilità alla mobilitazione e la tenuta dell’elettorato. L’ipotesi di una campagna “soft” è stata archiviata. La presidente del Consiglio si prepara a scendere in campo direttamente, con iniziative pubbliche e tappe simboliche, trasformando la riforma in un tassello identitario della legislatura.

La politicizzazione, del resto, è un terreno che Meloni conosce bene. In una consultazione senza quorum, la capacità di mobilitare il proprio bacino è decisiva. E su questo la leader di Fratelli d’Italia parte da un vantaggio riconosciuto anche dagli avversari.

Il rischio, però, è speculare: se il referendum diventa un plebiscito, una sconfitta assumerebbe inevitabilmente un peso politico maggiore.Un rischio che a Palazzo Chigi intendono come calcolato. La premier ha già fatto sapere che l’esito non avrà conseguenze dirette sulla tenuta del governo. Nessuna crisi, nessun rimpasto automatico. Ma è evidente che un’eventuale vittoria del no indebolirebbe l’esecutivo, soprattutto sul terreno simbolico della riforma della giustizia, uno dei capitoli qualificanti del programma.

Per questo, nelle ultime ore, prende forma un doppio binario comunicativo. Da un lato la rivendicazione del merito: indipendenza garantita dall’articolo 104 della Costituzione, nessuna subordinazione dei pm alla politica, sorteggio come antidoto alle correnti. Dall’altro, una narrazione più muscolare, centrata sulla sicurezza e sulla denuncia delle «resistenze corporative». Se il referendum diventa uno scontro, allora lo scontro viene accettato.

In questa chiave, anche l’eventuale vittoria del no potrebbe essere incardinata in una lettura politica alternativa: non bocciatura della riforma in sé, ma reazione di apparati e “poteri forti” messi in discussione. Una linea che consentirebbe di limitare i danni e di rilanciare su altri fronti, a partire dai provvedimenti in materia di ordine pubblico.

Il sondaggio Noto indica che il 45% degli italiani si aspetta la vittoria del sì, contro il 27% che pronostica il no. La partita resta aperta, con un’affluenza stimata al 43% e un 14% ancora indeciso. Numeri fluidi, che spiegano l’inquietudine di Nordio e il cambio di passo di Meloni. Il referendum sulla giustizia doveva essere la consacrazione di una riforma attesa da decenni ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo test politico della legislatura. E in questo caso la premier non può sottrarsi alla bagarre.