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L'analisi

Sinistra e sicurezza, il cortocircuito politico

Dalla "Legge Reale" al Decreto voluto da Veltroni, per mezzo secolo il Pci e i suoi eredi hanno inseguito la destra sul suo terreno senza però ottenere nulla

09 Febbraio 2026, 09:34

Sinistra e sicurezza, il cortocircuito politico

Per la sinistra italiana, anzi per il Pci, poi nell’ordine Pds-Ds-Pd, la sicurezza è sempre stata una croce. Legge e ordine è per definizione il cavallo di battaglia degli avversari, la parola d’ordine spesso vincente della destra in tutto il mondo. Ma il tentativo di contendere su quel terreno perdere la propria identità e soprattutto gli elettori meno inclini alle misure emergenziali si è rivelato sempre molto arduo e spesso impossibile.

Se si dovesse indicare una data, anzi una legge, che segna la prima svolta a U della sinistra si dovrebbe risalire alla legge Reale, quella che al saldo è costata qualcosa come 625 morti in 15 anni. Al momento del suo varo, nel 1975, il Pci la osteggiò decisamente. Quando nel 1978, in piena emergenza terrorismo, fu sottoposta a referendum abrogativo, però, non solo il partito di Berlinguer diede indicazione di votare contro l’abrogazione ma definì “eversivi” i favorevoli al quesito. I comunisti avevano cambiato idea e sarebbero rimasti securitari, in nome dell’antiterrorismo, per tutti gli anni ’80.

Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e primo del Pds, provò a invertire la marcia tornando al garantismo. Il suo partito votò convintamente contro le misure emergenziali antimafia varate subito dopo l’assassinio di Falcone anche a costo di scontare critiche durissime. Il problema si pose però in dimensioni ben maggiori quando lo stesso Pds si trovò al governo, tra il 1996 e il 2001, con tre premier diversi: Prodi, D’Alema e Amato. Nel 1998 il governo Prodi varò la prima legge severa di contrasto all’immigrazione, la Turco-Napolitano, quella che inaugurò i Centri di permanenza temporanei e le espulsioni degli irregolari alle frontiere. La successiva legge Bossi-Fini, varata dal governo Berlusconi nel 2002, seguiva in realtà abbastanza pedissequamente le norme inaugurate dal centrosinistra, irrigidendole.

Il vero punto di svolta però fu il decreto microcriminalità, messo in cantiere dal governo D’Alema e approvato da quello Amato nel 2001. E’ il primo vero “pacchetto sicurezza” e, a differenza della legge Turco-Napolitano che interveniva comunque su un problema reale, rispondeva a un’esigenza essenzialmente mediatica. Tutti i dati indicavano un’Italia molto più sicura che in passato, il tasso di criminalità era in calo.

La microcriminalità però destava allarme diffuso e D’Alema decise di intervenire con misure draconiane, in realtà mai davvero applicate. Proverbiale fu la risposta del premier D’Alema alla ministra degli Interni Rosa Russo Jervolino, che insisteva appunto sulla non necessità di misure emergenziali: «Non capisci che crea più allarme sociale uno scippo a Milano che un omicidio in Sicilia».

Anche la seconda ondata securitaria fu parto di un governo di centrosinistra, il secondo governo Prodi, nel 2007. A dettarla fu però un leder che del governo non faceva parte: Walter Veltroni, allora sindaco di Roma. Il 30 ottobre 2007 una donna di 47 anni, Giovanna Reggiani, fu aggredita, violentata e ucciso vicino alla stazione di Tor di Quinto da un immigrato rumeno, dunque un cittadino dell’Unione regolarmente entrato in Italia. Veltroni convocò sui due piedi una specie di conferenza stampa in un giardinetto vicino alla stessa stazione e reclamò misure urgentissime. Arrivarono nel giro di 48 ore e si trattò del primo intervento d’emergenza in materia di sicurezza urbana, destinato a essere seguito da parecchi altri. Ancora più del decreto microcriminalità quel decreto rappresentò un punto di svolta anche culturale: per il centrosinistra e il nascituro Pd la sicurezza urbana diventò tema centrale e dirimente.

La destra, tornata al governo all’inizio del 2008 rincarò con un pacchetto sicurezza tanto corposo da essere diviso in due tranches, la prima nel 2008 e la seconda l’anno successivo. Con la prima ondata entrò in vigore il progetto Strade sicure, con il pattugliamento del territorio da parte dell’esercito. Con la seconda l’istituzionalizzazione, destinata peraltro a restare lettera morta, delle ronde urbane.

Il ministro degli Interni che più di ogni altro ha cercato di legare il suo partito di allora a politiche rigide sulla sicurezza è Marco Minniti. E’ stato lui l’artefice dell’accordo con la Libia che di fatto incarica (e paga) i signori della guerra della Tripolitania perché si incarichino di fermare i barconi. Lontano dagli occhi e dalla buona coscienza degli italiani quell’accordo, confermato e ribadito da tutti negli ultimi 10 anni, si è tradotto in lager, omicidi, stupri, sequestri a fine di riscatto, vessazioni di ogni tipo. Ma appunto, lontano dagli occhi… Minniti varò anche, nel 2017, un ennesimo pacchetto sicurezza che, a differenza di quasi tutti i precedenti, ha inciso a fondo sulla concezione stessa dell’ordine pubblico in Italia. I punti salienti erano l’introduzione del Daspo urbano, la facoltà di allontanare gli “indesiderati” dalle aree considerate a rischio, in concreto dal centro delle città, l’assegnazione di poteri quasi eccezionali ai prefetti. Le ordinanze dei sindaci che da quel momento hanno trasformato spesso la campagna sulla sicurezza in una guerra contro i poveri sono da ogni punto di vista figlie delle leggi di Minniti.

Per fare di più e di peggio ce ne voleva. Salvini, ministro degli Interni nel primo governo Conte, quello gialloverde, ce la mise tutta. I suoi due decreti su sicurezza e immigrazione, varati nel 2018, siglavano una svolta autoritaria senza precedenti su entrambi i fronti: cancellazione della protezione umanitaria per i richiedenti asilo, revoca della cittadinanza in caso di condanna per reati gravi, introduzione o irrigidimento drastico delle pene per una serie di reati come il blocco stradale o l’occupazione di edifici o terreni, ampliamento a dismisura del Daspo urbano, misure specifiche contro l’accattonaggio. Durò poco. Nel 2020 la ministra del governo Conte, stavolta però giallorosso, eliminò per decreto buona parte delle regole “tolleranza sotto zero” di Salvini.

Il ping pong fra destra e sinistra sulla sicurezza, quasi una gara a chi fosse in grado di mettere in campo le misure più rigide, spiega in buona parte l’imbarazzo immenso che ha sommerso soprattutto il Pd dopo gli incidenti di Torino e alla viglia del nuovo “pacchetto sicurezza. Il nuovo corso di Elly Schlein non ha mai fatto i conti con questo aspetto delle politiche del Pd prima di lei. Una nuova visione delle politiche della sicurezza non è stata neppure abbozzata e sarebbe comunque difficilmente praticabile a livello di Campo Largo perché l’orizzonte del M5S è da questo punto di vista quasi più affine a quello della destra. Per questo la sola diga che il primo partito d’opposizione riesce a erigere o anche solo a immaginare si chiama Sergio Mattarella.