Nella conferenza stampa di presentazione del decreto-legge sicurezza, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha sottolineato l’importanza delle attività di prevenzione e di repressione dei gravi episodi di violenza nelle piazze.
Il guardasigilli ha fatto un richiamo al passato, agli anni più tristi della Repubblica. L’obiettivo è quello di evitare che si ripetano gli “Anni di piombo” e che le manifestazioni di dissenso non portino a devastazioni e attacchi alle forze dell’ordine.
Tra i punti principali del dl rientra il cosiddetto “Daspo urbano”, con la possibilità per il prefetto di istituire zone a vigilanza rafforzata in aree colpite da gravi episodi di criminalità o illegalità. In queste zone, gli individui denunciati negli ultimi cinque anni per reati contro la persona, patrimonio, droga o porto di armi possono essere allontanati, se tengono comportamenti violenti o molesti. Inoltre, rimane il fermo preventivo.
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non vede rischi di incostituzionalità. La misura, secondo il responsabile del Viminale, «non è liberticida» ed è presente in varie democrazie. Se da un lato il Governo mostra determinazione, dall’altro alcuni giuristi non nascondono perplessità per le nuove norme. Tra questi il professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Roma “La Sapienza”. Il decreto legge sicurezza va nella direzione della criminalizzazione del dissenso. «Questo governo – dice al Dubbio Azzariti - dal suo primo decreto legge, quello cosiddetto “Anti-rave”, passando per il “Decreto Cutro”, per il “Decreto Caivano”, sino a giungere ai vari “Decreti sicurezza” mi sembra che stia marcando una linea di forte continuità, caratterizzata, non dico dalla violazione delle libertà in generale, ma dal netto contrasto al dissenso.
Provvedimenti espressione di un libero indirizzo politico, che diventano però troppo spesso problemi di legittimità costituzionale». L’accademico della “Sapienza” considera «scontato» l’intervento della Corte Costituzionale. «Ovviamente – osserva -, non mi permetto di prevedere l'esito dell’intervento della Consulta. Ci sono però criticità che saranno portate alla sua attenzione. Su questo credo che non ne dubiti nessuno, neppure il Governo». Ci troviamo di fronte ad un decreto-legge scritto in nome della propaganda della sicurezza che potrebbe andare in conflitto con la Costituzione. «Ci sono misure “propagandistiche” – commenta Azzariti - che non credo produrranno effetti sul piano del consolidamento della sicurezza. Faccio questa considerazione non solo con riferimento alle norme attuali, ma anche considerando le esperienze precedenti. Questo succedersi di norme non ha prodotto grandi effetti in materia di ordine pubblico. Forse, non solo per ragioni inerenti all'inefficacia delle misure che si vogliono adottare, ma anche per l’alzarsi della conflittualità sociale. Basta alzare lo sguardo per constatare come il mondo stia subendo gravi tensioni. Ma la cosa più preoccupante è che nonostante l’inefficacia di certe misure, molte di queste possano essere considerate lesive delle libertà costituzionali. Dunque, una propaganda che per alcuni aspetti può portare ad adottare atti contrari alla Costituzione».Qualche osservatore ha fatto riferimento a “fondamentalismi securitari” sempre più marcati. Secondo Gaetano Azzariti, la complessiva politica securitaria del Governo Meloni «dovrebbe essere messa in discussione». «Vista l’inefficacia di certe misure, visti i rischi di costituzionalità – aggiunge -, un Governo illuminato dovrebbe cambiare passo e, ad esempio, affiancare alle misure di carattere repressivo anche politiche di tutela dei diritti adeguate. Così si potrebbe anche rispondere alle questioni reali che la piazza solleva». L’affastellamento di norme al quale stiamo assistendo serve soprattutto a rassicurare una parte di elettorato.
Il bilanciamento tra esigenze politiche e rispetto della Costituzione in tale contesto diventa molto difficile. «Alcune misure – conclude il professor Azzariti - sono rivendicate con orgoglio da vari esponenti politici ad iniziare dalla presidente del Consiglio, che ha sottolineato non solo la sua condivisione nella predisposizione degli interventi da poco varati, ma ha anche preannunciando un ulteriore inasprimento delle misure e dei comportamenti repressivi. Si cerca di accontentare il proprio elettorato, spesso però a scapito delle libertà costituzionali e dell'effettività di tutela che invece manca.
Io credo che sia giunto il tempo di capire che l'ordine pubblico non si tutela tanto moltiplicando le fattispecie di reato o innalzando le pene dei reati già esistenti, quanto in qualche modo garantendo i diritti costituzionali, compreso il “diritto al conflitto”, un’espressione ritenuta scabrosa, e che invece si pone alla base degli ordinamenti democratici. È utile ricordare il solo limite che la Costituzione impone alla libertà di riunione, all'articolo 17, secondo il quale tutte le riunioni, anche le più conflittuali, sono legittime, purché le persone scendano in piazza pacificamente e senza armi. Dunque, il limite della partecipazione individuale alle manifestazioni di piazza è l’esercizio della violenza, oltre che per vietare l’organizzazione delle stesse i “comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”. Ma, per reprimere gli atti di violenza, e il pensiero va subito ai recenti fatti di Torino, non c'è assolutamente bisogno di nuove fattispecie di reato. È l’autorità giudiziaria chiamata a sanzionare ogni forma di reato, senza bisogno di una normativa speciale che si pone ai limiti, se non fuori, dalla Costituzione».