Domenica 08 Febbraio 2026

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La scelta di Giorgia: per il Sì sarà una campagna “legge e ordine”

dopo il varo del pacchetto sicurezza, la premier ha scelto la strategia per sostenere la riforma della giustizia: attaccare le toghe, accantonare il garantismo

06 Febbraio 2026, 19:46

07 Febbraio 2026, 09:02

La scelta di Giorgia : la campagna per il Sì sarà “legge e ordine”

mauro bazzucchi

La scelta, alla fine, Giorgia Meloni l’ha fatta. E non è una scelta neutra. Dopo giorni di riflessioni, di segnali contraddittori e di un’attesa che aveva alimentato più di un dubbio sulla strategia di Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio è entrata direttamente nella campagna referendaria sulla giustizia e lo ha fatto con un’impostazione chiara, riconoscibile, persino brutale: portare il sì alle urne “da destra”, caricandolo di una valenza identitaria e conflittuale, più attenta al risultato politico che al merito della riforma.

La sequenza è tutt’altro che casuale. Prima l’intervento televisivo, con toni duri contro una magistratura descritta come distante dal sentire comune e pronta a ostacolare l’azione del governo su sicurezza e immigrazione. Poi, a stretto giro, il video diffuso sui social che la ritrae alla stazione di Rogoredo, a Milano, tra militari e carabinieri impegnati nell’operazione Strade sicure: strette di mano, ringraziamenti, selfie, e un messaggio politico inequivocabile. Sicurezza, ordine, presidio del territorio. E, sullo sfondo, l’idea che esista un fronte giudiziario ostile che “libera” e intralcia, mentre il governo prova a proteggere.

Meloni, dunque, ha deciso di legare il referendum a un frame che parla direttamente all’elettorato più sensibile ai temi securitari, a quello che chiede risposte rapide e simboliche, e che fatica a riconoscersi in un dibattito tecnico sulla separazione delle carriere. È una narrazione che semplifica, polarizza, mobilita. E che sposta il baricentro della consultazione: non più un giudizio sulla riforma, ma un voto di fiducia sull’azione del governo.

Una linea che, in apparenza, può sembrare più rischiosa a livello politico ma che, allo stesso tempo, può offrire una dignitosa via d'uscita dialettica in caso di sconfitta, addebitando l'eventuale affermazione del no alla compattazione del fronte politico e sindacale con un potere dello Stato, in chiave antigovernativa.

Del resto, la linea non nasce oggi. I segnali c’erano già stati dopo le sentenze sui rimpatri e sul dossier dei centri in Albania, quando Palazzo Chigi aveva apertamente contestato l’atteggiamento di una parte della magistratura, accusata di mettere i bastoni tra le ruote alle politiche dell’esecutivo.

Allora sembrava una fiammata destinata a spegnersi, magari per evitare uno scontro frontale in una fase ancora interlocutoria della campagna. Oggi, invece, quella postura torna prepotentemente alla ribalta, proprio nel momento più delicato, quando la partita sulla partecipazione e sull’orientamento del voto si fa decisiva.

Il punto politico è tutto qui: per contrastare la ripresa del fronte del no nei sondaggi, la premier sceglie di forzare lo schema e di trasformare il referendum in una sorta di giudizio politico sulla magistratura.

Non un confronto sul merito della riforma, ma un voto “contro” qualcosa o qualcuno. Contro una giustizia percepita come politicizzata, contro decisioni giudiziarie vissute come incomprensibili o ingiuste, contro un sistema che – nella narrazione governativa – finirebbe per favorire l’insicurezza e l’impunità. Ed è qui che emerge il paradosso: gli argomenti più incisivi utilizzati da Palazzo Chigi per sostenere il sì sono anche quelli che, guardando al testo della riforma, se ne allontanano di più.

La separazione delle carriere, così come è uscita dal Parlamento, nasce da una tradizione garantista, punta a riequilibrare il processo, a rafforzare le tutele e a completare un percorso avviato proprio da riforme pensate per bilanciare accusa e difesa. È una bandiera storicamente legata a una cultura giuridica lontana dal giustizialismo e dalla retorica “legge e ordine”.Eppure, nella campagna che prende forma, quella cultura resta sullo sfondo. I garantisti vengono messi ai margini, quasi silenziati, mentre il messaggio dominante si sposta sul terreno della sicurezza, della fermezza, dello scontro con una magistratura dipinta come avversaria politica. Una scelta che può risultare efficace sul piano elettorale, ma che allontana i cittadini dal cuore stesso della riforma.

C’è qualcosa di quasi beffardo in questa torsione: per far passare una riforma garantista, teorizzata come strumento di equilibrio e di civiltà giuridica, la maggioranza decide di battere la strada opposta, evocando emergenze e conflitto.

È il prezzo che Palazzo Chigi sembra disposto a pagare pur di portare a casa il risultato. Anche a costo di trasformare il referendum sulla giustizia in una prova di forza politica più che in un confronto sullo Stato di diritto.