Il sì resta avanti, ma il dato politicamente più rilevante dell’ultimo sondaggio Only Numbers commissionato da Porta a Porta sul referendum confermativo della riforma della giustizia è un altro: il recupero costante e misurabile del fronte del no.
A meno di sette settimane dal voto del 22 e 23 marzo, il quadro che emerge dalle rilevazioni demoscopiche non consente più letture rassicuranti per i sostenitori della riforma. Se si guarda alle risposte del campione interpellato, il sì alla riforma Nordio è al 52,5%, contro un no che sale al 47,5%. Una forbice ridotta in maniera sostanziale, che fotografa un testa a testa ormai conclamato. Il dettaglio dei flussi rafforza la tendenza. Tra quanti dichiarano che andranno certamente a votare, il sì scende dal 50,3% rilevato a metà gennaio al 46,6% di inizio febbraio, mentre il no cresce nello stesso arco temporale dal 35,4% al 42,2%. In parallelo cala la quota degli indecisi, ma resta elevatissima se si considera l’intero corpo elettorale: solo il 35,5% degli italiani afferma oggi che si recherà alle urne, a fronte di un 18,9% che dice già di no e di un 45,6% che non ha ancora deciso.
È in questo bacino, fluido e potenzialmente mobile, che si giocherà la partita. Il dato sull’affluenza, in particolare, è tutt’altro che neutro. Un referendum che si decide sul filo, con una partecipazione debole e frammentata, tende a premiare il fronte più motivato e più capace di mobilitare il proprio elettorato. Ed è proprio su questo terreno che il no appare oggi più dinamico, mentre il sì sconta una fisiologica difficoltà a trasformare un consenso teorico in voto effettivo. Un rischio ben presente nelle analisi che circolano in queste ore nella maggioranza.
Anche perché le risposte di merito sulle singole misure raccontano un consenso più fragile rispetto al sì complessivo. L’introduzione di due Consigli superiori della magistratura separati raccoglie il favore del 40,8% degli intervistati, contro un 33,4% di contrari e un quarto di elettori che non si esprime. Percentuali simili si registrano sul meccanismo del sorteggio dei componenti e sull’Alta Corte disciplinare, con una quota di “non so” che resta stabilmente sopra il 24%. Dati che segnalano come una parte significativa dell’elettorato non abbia ancora metabolizzato i contenuti della riforma, o fatichi a collegarli a un beneficio concreto.
È su questo sfondo che, a Palazzo Chigi, la questione della strategia comunicativa è tornata centrale: è già stata constatata l'efficacia del Guardasigilli Nordio in occasione delle sue apparizioni televisive, ma i fari ora sono puntati sulla premier. L’ordine di scuderia impartito da quest'ultima a inizio campagna era stato chiaro: entrare nel merito della riforma, spiegare le ragioni della separazione delle carriere e della revisione del Csm, evitare la personalizzazione e soprattutto non trasformare il referendum in un giudizio sull’esecutivo. Un’impostazione ribadita più volte dalla presidente del Consiglio al suo inner circle, sintetizzata in una frase diventata ormai un mantra: «Non farò come Renzi» nel 2016.
Giorgia Meloni ha già chiarito pubblicamente che non legherà il proprio destino politico all’esito del voto e che non ci saranno dimissioni in caso di sconfitta. Ma gli ultimi numeri pongono un dilemma più sottile. Fino a che punto è possibile restare defilati senza lasciare campo libero alla rimonta del no? E, allo stesso tempo, quanto può essere elevata l’asticella dell’impegno diretto della premier senza che un eventuale esito negativo si trasformi in una zavorra politica insostenibile per l’ultima fase della legislatura?
Il nodo non riguarda solo Meloni, ma l’intero centrodestra. Una sconfitta referendaria non avrebbe effetti immediati sugli equilibri di governo, ma inciderebbe sul racconto politico della legislatura, aprendo una fase di maggiore esposizione e di minore capacità di iniziativa. È questo lo scenario che viene discusso nelle riunioni riservate, dove si valuta se e come rafforzare la presenza politica del fronte del sì senza snaturarne l’impianto originario.
La linea che prende corpo è quindi intermedia. Nessuna “entrata a gamba tesa” di Meloni, ma un pacchetto di interventi mirati e riconoscibili, con un’impostazione più politica che tecnica, da calibrare nel momento in cui il testa a testa dovesse consolidarsi. Perché se è vero che una sconfitta referendaria non farebbe automaticamente cadere il governo, è altrettanto vero che il suo peso politico ricadrebbe comunque su Palazzo Chigi. Ed è questo, più dei numeri in sé, il dato che ora preoccupa davvero la maggioranza, e forse dal «non faremo come Renzi», progressivamente, si sta passando al «chi non risica non rosica».