Mercoledì 04 Febbraio 2026

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Scarcerati tre manifestanti di Torino: Salvini spinge il “Sì” e attacca il Gip

La decisione del giudice sugli arresti domiciliari e l’obbligo di firma diventano terreno di scontro politico. Il leader leghista: "Vergogna"

04 Febbraio 2026, 18:31

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Scarcerati tre manifestanti di Torino:  Salvini spinge il “Sì” e attacca il Gip

Sugli incidenti di piazza di Torino non accenna a spegnersi la polemica politica. La giudice per le indagini preliminari di Torino, Irene Giani, ha disposto infatti gli arresti domiciliari per Angelo Simionato, 22 anni, originario della provincia di Grosseto, e l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria per Matteo Campaner, 34 anni, e Pietro Desideri, 32 anni, entrambi torinesi. È l’esito dell’udienza di convalida per i tre fermati dopo gli scontri avvenuti sabato scorso durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, culminata in una vera e propria guerriglia urbana e nel ferimento dell’agente di polizia Alessandro Calista.

Il gip ha convalidato gli arresti, ma non ha accolto la richiesta della procura di applicare la custodia cautelare in carcere. Una scelta motivata in modo analitico nelle tre ordinanze: per Campaner e Desideri, incensurati e mai segnalati alle forze dell’ordine, la misura dell’obbligo di firma viene ritenuta «maggiormente adeguata al caso di specie», in quanto idonea a prevenire il rischio di reiterazione del reato alla luce della loro storia personale e dell’assenza di legami con gruppi organizzati violenti. Per Simionato, accusato di concorso in lesioni e rapina, la giudice ha disposto i domiciliari sottolineando la giovane età, l’incensuratezza e il fatto che il pericolo di reiterazione risulti «strettamente connesso alla partecipazione ad eventi collettivi analoghi», neutralizzata dalla misura cautelare.

Nelle ordinanze il gip ricostruisce un contesto di violenza diffusa, parlando esplicitamente di «guerriglia preordinata», ma distingue le singole posizioni, escludendo per tutti e tre un inserimento stabile in circuiti antagonisti strutturati. Un punto che pesa nella valutazione cautelare e che segna una distanza netta rispetto all’impostazione accusatoria della procura.

È proprio su questa distanza che si innesta la polemica politica. A poche ore dalla decisione del gip, Matteo Salvini attacca frontalmente: «Già a piede libero. Vergogna», scrive sui social, legando immediatamente la vicenda torinese alla campagna referendaria sulla riforma della giustizia. «Votare sì è un dovere morale», insiste il leader leghista, mentre alla Camera presenta ufficialmente l’iniziativa “Io voto sì”, annunciando gazebo in tutta Italia e la trasformazione delle 1.300 sedi del partito in comitati referendari.

Il caso Askatasuna diventa così un tassello della narrazione referendaria: la Lega utilizza le scarcerazioni per sostenere l’urgenza della riforma, presentata come argine a una magistratura percepita come indulgente.

Le ordinanze torinesi, in realtà, mostrano un giudice che esercita pienamente la propria autonomia valutando in modo critico le richieste del pubblico ministero. Ed è proprio questa distanza tra accusa e giudizio a rafforzare, nei fatti, la ratio della separazione delle carriere. Se pm e giudici appartengono a ordini distinti, come prevede la riforma sottoposta a referendum, l’indipendenza del giudice rispetto all’impostazione accusatoria viene istituzionalmente rafforzata.

Un paradosso che attraversa l’intera giornata politica: mentre Salvini denuncia la decisione del gip come simbolo di una giustizia che non funziona, quella stessa decisione dimostra l’esistenza di un controllo effettivo sull’azione della procura. A fare da sfondo alla polemica sulle decisioni del gip c’è, come detto, l’avvio ufficiale della campagna leghista per il sì. Matteo Salvini ha presentato lo slogan della mobilitazione: «Io voto sì. La riforma che fa giustizia». Il vicepremier ha insistito sul carattere decisivo dell’appuntamento referendario, definito «un’occasione storica di cambiamento». «Chi vota vince, chi sta a casa è complice del mancato cambiamento», ripete Salvini, sottolineando che il referendum è «senza quorum» e che quindi «la partecipazione sarà decisiva». I sondaggi, rivendica, danno il sì in vantaggio, ma «attenzione: per il fronte del no questa è una battaglia di sopravvivenza».

Nel mirino del leader leghista finisce quella che definisce la politicizzazione della magistratura. «C’è gente che da anni campa grazie alle correnti», accusa, rivendicando che «la separazione delle carriere applica la Costituzione» e che il sorteggio del Csm «scardina un sistema di potere». Da qui l’insistenza su un nesso diretto tra fatti di cronaca giudiziaria e riforma: «Quanto costa la mala giustizia agli italiani? Troppo, in termini di sofferenza e di soldi pubblici», sostiene Salvini, citando i dati sulle ingiuste detenzioni e parlando di «un miliardo di euro buttato».

La campagna viene caricata anche di un forte valore identitario. «Parte della sinistra farà le barricate, e una parte le barricate le fa davvero in piazza», afferma il leader del Carroccio, invitando a «unire i puntini» tra tensioni sociali, aule parlamentari e tribunali. Una narrazione che salda l’impegno referendario al tema dell’ordine pubblico e che utilizza anche il caso Askatasuna come prova, secondo la Lega, della necessità di «una giustizia più credibile e più vicina ai cittadini».