Caos interno
Elly Schlein, segretaria Pd
Povera Schlein. Non bastava la minoranza riformista del partito a chiederle parole di chiarezza sull’invito, da parte dello storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, a espellere dal Pd la corrente “di destra”, cioè riformista, rea in alcuni suoi esponenti di votare Sì al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Ora ci si mette pure lo stesso Montanari, che ribadendo la propria convinzione, e cioè che «di fronte a ogni situazione spartiacque, quando bisogna decidere da che parte stare, il Pd puntualmente si spacca in due» e «una parte sta con la destra», non si capacita proprio di come due anime così diverse possano convivere nello stesso partito, sottolineando che «non è una questione di libertà di pensiero, ricchezza di sfumature, complessità culturale». Sia mai.
E di questa frattura Montanari non chiede conto ai “dissidenti”, da lui considerati evidentemente irrecuperabili, ma alla stessa Schlein,
Chiedendosi come sia possibile che non si arrivi a una separazione definitiva (dei riformisti dal Pd, non delle carriere tra giudici e pm, ça va sans dire) «se una parte del Pd si schiera con Fratelli d’Italia e contro la Costituzione» di fronte a una riforma che per il Magnifico Rettore mette a rischio niente meno che «la sopravvivenza delle libertà costituzionali e l’uguaglianza stessa dei cittadini di fronte alla legge». Ebbene, di fronte a tutto questo arriva il colpo di scena. «In queste ore Pina Picierno chiede a gran voce che Elly Schlein pronunci parole di chiarezza - scrive lo storico dell’arte sul Fatto - è davvero l’unica cosa sulla quale sono d’accordo con lei».
E così si arrivi al paradosso di una segretaria di partito, Elly Schlein, finita tra due fuochi: quello di chi la vorrebbe più severa con i “dissidenti”, fino all’epurazione della minoranza; e quello della minoranza stretta, che invece invoca protezione di fronte a chi, dall’esterno, si intromette nella discussione interna a una comunità quella democratica, che può essere accusata di tutto ma certo non di pensiero monocratico.
E lei, che dopo aver vinto le primarie contro il grande favorito Stefano Bonaccini se ne uscì con l’indimenticabile «non ci hanno visto arrivare», questa volta decide in autonomia di nascondersi, seguendo la più classica delle strategie dell’opossum.
La campagna referendaria è ormai partita, il Comitato del No già da settimane ha afflitto manifesti contro la riforma e oggi il Comitato del Sì presenterà le sue iniziative per i prossimi due mesi. Sempre più osservatori, giuristi e perfino attori, storici e cabarettisti si schierano (quasi sempre contro la riforma) e si moltiplicano eventi e iniziative. Di fronte a tutto questo, e chiamata all’azione da chi la vorrebbe più o meno interventista, Schlein soprassiede, non si esprime, non twitta. Protagonista del silenzio è però soltanto il referendum, visto che su altri temi, dall’Iran alla Groenlandia, dai 50 anni di Repubblica alla liberazione degli italiani in Venezuela, non sono mancate le prese di posizione.
Ma paradosso dei paradossi l’oblio sul referendum è forse spiegato da chi di Schlein, e soprattutto della sua strategia del «testardamente unitari», è stato ed è tuttora l’artefice: Goffredo Bettini. Il quale dopo aver elogiato più volte, anche su queste colonne, la separazione delle carriere, ha pubblicamente espresso il suo voto contrario al referendum. Non alla riforma in sè, il cui architrave il “guru” dem continua a sostenere, ma al referendum in quanto diventato un voto politico pro o contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il suo governo.
Così facendo però, più o meno inconsapevolmente, Bettini ha finito per smascherare l’ipocrisia di un partito, quello democratico, che si affanna a trovare qualunque difetto al testo del Guardasigilli Carlo Nordio pur di non ammettere che la sua campagna sarà solo ed esclusivamente contro il governo, più che contro la riforma.
Che del resto, come spesso ricordato, contiene punti salienti di un programma sottoscritto e votato da buona parte degli attuali pezzi da 90 del Pd di Schlein, i quali ora devono pur trovare un appiglio per giustificare il mutamento d’opinione.
Pena finire nell’elenco dei dissidenti da espellere del professor Montanari, con l’unica speranza di una presa di posizione in loro soccorso da parte della segretaria. Che non arriverà.