L’accelerazione è arrivata in pochi giorni, dalla capitale della Corea del Sud, Seoul, sospinta da una cronaca che ha fatto irruzione nel dibattito politico e ha trasformato un dossier già sensibile in una vera e propria competizione tra due partiti di maggioranza. Le nuove misure sulla sicurezza annunciate dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, finora incardinate su un percorso tecnico e istituzionale, sono trasformate nell'ennesimo episodio del feuilleton securitario che vede protagonisti Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con la tragedia dell’accoltellamento di La Spezia a fare da detonatore.
Il leader leghista ha colto l’impennata dell’allarme sociale per imprimere una sterzata netta, archiviando ogni prudenza e rilanciando con la richiesta di un “superdecreto sicurezza” che inglobi subito anche quelle norme che, nella mediazione faticosamente costruita al Viminale, erano destinate a un iter parlamentare ordinario sotto forma di ddl. Un cambio di passo che punta a spostare l’asse decisionale e, soprattutto, a intestarsi la paternità politica del giro di vite, in particolare sui minori e sull’uso delle armi da taglio.
La pressione su Palazzo Chigi è diventata costante e sempre più scoperta. Salvini spinge perché nel decreto confluiscano il divieto generalizzato di possesso di coltelli e lame, l’inasprimento delle sanzioni, limiti più stringenti alla vendita e alla detenzione, oltre a misure più dure sui minori stranieri non accompagnati che commettono reati, fino alla cessazione dei percorsi di accoglienza. Sullo sfondo restano anche ipotesi di controlli rafforzati nelle scuole considerate più a rischio, affidati alle autorità territoriali su richiesta dei dirigenti scolastici. Una strategia che ha l’effetto di dettare l’agenda e di costringere la premier a muoversi sullo stesso terreno: la sicurezza è un tema identitario per Fratelli d’Italia e concedere spazio all’alleato significherebbe lasciare scoperto un fronte decisivo sul piano del consenso.
Non è un caso che Meloni abbia reagito convocando una riunione di maggioranza per domani, alla quale parteciperanno i vicepremier, il sottosegretario Alfredo Mantovano, i ministri Piantedosi e Crosetto, con l’ipotesi di portare già il pacchetto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri, convocato anch’esso per domani. Una mossa che serve a riprendere il controllo politico del dossier e a ricondurre la partita dentro un perimetro governativo, evitando che il decreto si trasformi in una bandiera di parte e che l’iniziativa venga percepita come una rincorsa interna alla coalizione. Sul tavolo restano però nodi delicati.
Le misure sui minori, quelle che incidono sull’accoglienza e i profili legati ai controlli nelle scuole sollevano interrogativi giuridici e pongono il tema della decretazione d’urgenza. In particolare, l’estensione del decreto a materie eterogenee e di dubbia urgenza rischia di esporre il testo a rilievi sul rispetto dei requisiti aprendo un possibile fronte con il Quirinale. È il motivo per cui, finora, Palazzo Chigi e il Viminale avevano preferito separare il decreto dal disegno di legge, affidando a quest’ultimo gli interventi più controversi e strutturali, destinati a una discussione parlamentare più approfondita. In questo quadro, Piantedosi resta stretto tra la necessità di garantire copertura tecnica ai provvedimenti e una dinamica politica che tende a scavalcare il lavoro istruttorio del Viminale, con Mantovano chiamato a tenere insieme equilibrio istituzionale e tempistiche politiche.
Il tutto, paradossalmente, mentre lo stesso Viminale ha diffuso i dati sugli omicidi relativi all'anno 2025, che ha fatto registrare una diminuzione del 15% rispetto al 2024, e un -18% per ciò che riguarda in particolare i femminicidi. Il numero degli omicidi (286) è risultato il più basso degli ultimi dieci anni, cosa che confligge col sempre maggiore allarme sociale e con alcuni argomenti anche dell'opposizione, che da parte sua incalza il governo accusandolo di non fare abbastanza proprio sul fronte della sicurezza.
Per Salvini, però, la posta è più ampia e va oltre il singolo decreto. L’obiettivo di medio periodo resta il ritorno al Viminale, dopo l’assoluzione definitiva per la vicenda Open Arms. Il caso di La Spezia diventa così il grimaldello per rilanciare un profilo da ministro dell’ordine pubblico, mostrando una sintonia con l’opinione pubblica più allarmata e costringendo gli alleati a inseguire. Fratelli d’Italia ha scelto di non defilarsi.
Le prese di posizione degli ultimi giorni indicano la volontà di seguire la Lega sul terreno securitario, saldando il pacchetto sicurezza alla campagna referendaria sulla giustizia. La riforma Nordio viene sempre più raccontata come lo strumento per arginare una magistratura politicizzata che, nella narrazione del partito della premier, ostacolerebbe l’azione del governo su sicurezza e immigrazione. Una saldatura che trasforma il decreto in un tassello di una battaglia politica più ampia, destinata a proseguire nei prossimi mesi.