L'analisi
La Lega di Matteo Salvini si avvicina al referendum sulla riforma della giustizia con una postura che era lecito, per certi versi, attendersi ma che non per questo desta meno perplessità. Nel dibattito pubblico il tema del garantismo, che dovrebbe essere il cuore politico e culturale della consultazione, viene di fatto rimosso. Non una parola sul riequilibrio tra accusa e difesa, sul completamento di un percorso avviato quasi quarant’anni fa con la riforma del processo, sulla separazione delle carriere come tassello di un sistema che mira a ridurre le asimmetrie strutturali nel giudizio penale. Il merito della riforma resta sullo sfondo, quando non scompare del tutto.
Al suo posto, Salvini tenta un’operazione spericolata: saldare il sì al referendum a una narrazione securitaria che mescola il nuovo pacchetto sicurezza, la critica all’operato della magistratura e l’idea che l’ordine pubblico venga prima di ogni raffinata architettura costituzionale. È una linea che rovescia i termini della questione: non più una riforma pensata per rafforzare le garanzie, ma uno strumento da brandire contro un potere giudiziario dipinto come ostacolo politico e culturale all’azione dello Stato.
Un sì che assume tinte giustizialiste, quasi punitive, lontane dalla tradizione liberale che pure la Lega, a fasi alterne, ha rivendicato.
Lo schema combacia solo in parte con la linea di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio insiste sull’urgenza di sterilizzare l’ingerenza delle correnti politicizzate all’interno della magistratura, un argomento che parla all’elettorato di centrodestra senza scivolare apertamente nella delegittimazione dell’intero ordine giudiziario. In questa impostazione resta, almeno in filigrana, uno spazio per il garantismo: la critica è rivolta ai meccanismi di potere, anche se spesso la premier cade nella tentazione di insidiare il principio delle tutele.
Non a caso, nel perimetro della maggioranza, emergono voci – per quanto isolate – che ricordano come la riforma non nasca per “punire” i giudici, ma per riequilibrare un sistema.
Nel Carroccio, invece, la narrazione è completamente rovesciata. Il referendum diventa un passaggio di una battaglia più ampia, che ha come collante la sicurezza e come bersaglio una magistratura percepita come antagonista. Le parole di Matteo Salvini, pronunciate a margine delle tensioni interne sul dossier Ucraina, aiutano a leggere il clima: nella Lega “vince la squadra”, non il Capitano o il Generale. È un messaggio di disciplina che vale anche sul terreno della giustizia. Le voci “moderate” esistono, ma restano per il momento in disparte. Giulia Bongiorno e Andrea Ostellari, che in passato hanno incarnato una sensibilità più attenta alle garanzie, per il momento restano in seconda fila. C’è tempo, certo. Ma il segnale politico, per ora, va in un’altra direzione.
C’è poi un elemento che rende la scelta di Salvini ancora più singolare, se non contraddittoria. Il leader leghista avrebbe infatti buone ragioni personali e politiche per rivendicare con forza la causa garantista. Il processo che lo ha visto imputato per la vicenda Open Arms, conclusosi con l’assoluzione, è stato il sintomo di un conflitto tra politica e giurisdizione che avrebbe potuto – e forse dovuto – alimentare una riflessione più profonda sul rapporto tra potere giudiziario e decisione politica. Un’esperienza che, almeno sulla carta, avrebbe potuto rafforzare una sensibilità garantista, fondata sulla presunzione di innocenza e sui limiti dell’intervento penale nelle scelte di governo.
Il risultato è un corto circuito: un referendum che nasce per riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa viene raccontato come strumento di rafforzamento dell’impianto securitario. Una forzatura che rischia di spaccare il fronte del centrodestra più di quanto Salvini non ammetta. Perché se la battaglia diventa identitaria, muscolare, centrata sull’ordine pubblico e sulla contrapposizione ai magistrati, il terreno comune con Palazzo Chigi si restringe, per non parlare delle differenze con Forza Italia. Il rischio, dunque, è svuotare il referendum del suo significato originario, senza però che tale scelta sia unitaria all’interno della maggioranza, con la scelta salviniana di mettere ben visibile il simbolo di partito nel corso di tutta la campagna referendaria. In mezzo resta il garantismo, evocato a corrente alternata e sacrificato sull’altare della contesa politica.