Referendum giustizia
Mattarella
Le 500mila firme necessarie per indire il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia sono state raccolte in tempi record, con 15 giorni di anticipo sul termine del 30 gennaio. Il No non intende comunque presentarle in Cassazione subito. Aspetterà almeno sino al 28 gennaio, quando dovrebbe essere arrivata la sentenza del Tar del Lazio sul ricorso presentato dal Comitato per il No.
Nel fronte schierato per il No sembra circolare un sotterraneo malumore per la decisione del capo dello Stato di promulgare il referendum nella data indicata dal governo.
Dà voce a quegli umori un commento uscito ieri sul Fatto, che è un po' l' house organ del No, in cui neppure troppo fra le righe si accusa il capo dello Stato di non aver esercitato la funzione di controllo sulla costituzionalità dell’atto del governo ma la critica, pur se in sordina, è probabilmente più estesa.
In realtà in numerose occasioni, nei mesi scorsi, Mattarella aveva chiarito che il suo mandato gli consente di intervenire solo nei casi di manifesta incostituzionalità. Ove invece sussistano dubbi deve essere la Consulta a dirimerli.
Proprio per questo, ha sottolineato più volte il presidente, è fuorviante contrabbandare la sua firma come adesione ai vari provvedimenti adottati dai governi. Salvo casi di palese incostituzionalità, quella firma è un atto dovuto.
In questo caso parlare di manifesta incostituzionalità è impossibile. Il governo si è limitato a rispettare la lettera della Costituzione e della legge del 1970 che regola il referendum.
Il No impugna i precedenti, che si basano sull’interpretazione della Carta da parte del governo Amato nel 2001. Il Dottor Sottile, confortato da costituzionalisti di peso come Leopoldo Elia, stabilì che una corretta interpretazione dell'art. 138 della Costituzione impone di lasciare a tutti i soggetti con diritto di chiedere il referendum, il tempo per farlo, sino all'ultimo momento e indipendentemente dal fatto che la Cassazione avesse già accolto richieste precedenti.
Questo perché altrimenti la richiesta avanzata attraverso la raccolta di firme, giocoforza più lenta di quella dei consigli regionali o dei parlamentari, sarebbe stata di fatto messa fuori gioco, togliendo così ai cittadini la possibilità di chiedere in piena autonomia la verifica referendaria.
Amato parlava del referendum sul federalismo varato dal suo governo, il primo di ordine costituzionale. Da allora la sua interpretazione è stata ripresa nei tre casi successivi di riforma costituzionale e relativo referendum. I 60 giorni fissati per legge dalla ammissione del referendum alla sua convocazione sono stati fatti partire non dal pronunciamento della Cassazione ma dallo scadere dei tre mesi concessi per la raccolta di firme. Quella raccolta nel 2001 neppure ci fu. Il referendum fu lo stesso promulgato il 2 agosto mentre la Cassazione si era espressa il 22 marzo. Il No ha dunque argomenti validi, ma si tratta pur sempre di un’interpretazione, il che rende impossibile parlare di manifesta incostituzionalità, avendo il governo rispettato invece alla lettera il testo della Carta e della legge 1970.
Il No ha i suoi motivi per insistere con la raccolta di firme, anche a prescindere dalla convinzione che il tempo giochi a proprio favore.
Quando le 500mila firme che certamente saranno raggiunte verranno convalidate dalla Cassazione potrà chiedere i rimborsi, pari a un euro per firma fino a un massimo 500mila, certamente utili per la campagna elettorale. Il Comitato si potrà muovere con maggior agio nella ripartizione degli spazi tv. Varcata la soglia del mezzo milione di firme sarà a tutti gli effetti "potere dello Stato" e potrà sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale. Sul piano della propaganda potrà accusare la premier di aver cercato di piegare la Carta alle proprie convenienze.
Questi però sono calcoli legittimi ma che non possono essere fatti propri dal capo dello Stato, che aveva invece cercato una mediazione credibile convincendo il governo a spostare la data del referendum quanto più in là possibile nei margini di una interpretazione letterale della legge.
È vero che per tutti, incluso il Tar del Lazio che si esprimerà il 27 gennaio, è molto più imbarazzante dover sentenziare su un decreto del presidente che su una delibera del governo. La richiesta di sospensiva della data delle elezioni in attesa della sentenza sul ricorso non poteva in realtà essere accettata dal Tar: lo sgarbo nei confronti di Mattarella sarebbe stato clamoroso. Il Comitato per il No ha cercato di aggirare l'ostacolo presentando il ricorso un attimo prima che arrivasse la firma del presidente ma quella firma rimane comunque un handicap.
Mattarella però non avrebbe potuto non firmarla. La responsabilità di uno scontro che sarebbe stato facilmente evitabile è equamente ripartita tra i due fronti. Il governo avrebbe potuto e forse dovuto mostrare maggior fair play uniformandosi alle scelte fatte nei precedenti referendum costituzionali. Il comitato per il No avrebbe potuto e forse dovuto evitare di avviare la raccolta di firme con oltre un mese di ritardo sulla decisione della Cassazione in modo da accelerare i tempi invece di provare a rallentarli quanto più possibile. Lo scontro sarebbe stato comunque molto duro. Ma anche molto più civile.