Ieri a Firenze un nutrito gruppo di persone di sinistra o centrosinistra, politici di oggi come Pina Picierno e Raffaella Paita, ex esponenti politici di primo piano come l'ex ministro Cesare Salvi e Paola Concia, costituzionalisti come Augusto Barbera e Stefano Ceccanti hanno ripetuto, ciascuno con sfumature diverse, un concetto che dovrebbe essere palmare e invece suona come alle orecchie di molti come una bestemmia: il referendum non è un'ordalia tra destra e sinistra. Si può essere esponenti della sinistra al di sopra di ogni sospetto e tuttavia votare Sì il 22 e 23 marzo.
Se questa verità è così difficile, per molti impossibile, da accettare non è solo perché a varare la riforma è stato un governo di destra e dunque bocciarla è un "dovere politico" per chiunque critichi quel governo. C'è anche questo naturalmente ma c'è sotto pelle molto di più. C'è una metamorfosi dei rapporti tra sinistra politica e magistratura che nel corso dei decenni ha portato la prima a sacrificare, poco per volta, ogni autonomia nei confronti del potere togato, finendo agli antipodi di quella che era stata la posizione classica della sinistra nei decenni precedenti.
Sino agli anni '60 la posizione del Pci e del Psi nei confronti della magistratura era sempre molto diffidente, critica e giustamente sospettosa. I ranghi della magistratura erano passati dal Fascismo alla Repubblica antifascista quasi senza scosse: basti ricordare che il primo presidente della Corte Costituzionale, il giurista di chiara fama Gaetano Azzariti, era stato presidente della Commissione sulla razza durante il fascismo e poi ministro Guardasigilli nel governo Badoglio.
I giudici erano considerati non a torto conformi al potere politico ed economico, intrisi di cultura conservatrice, strutturalmente nemici dei movimenti di protesta sociali che colpivano con sentenze severissime e abnormi, deferenti e ossequiosi nei confronti della politica. Per il Pci, e poi per i movimenti della sinistra extraparlamentare erano un'articolazione delle forze sociali e politiche nemiche.
Le cose iniziano a cambiare dalla metà degli anni '60. Nel 1964 nasce all'interno della magistratura la corrente "di sinistra" Magistratura democratica. Un numero consistente di giovani di sinistra scelgono di diventare magistrati con l'obiettivo preciso di democratizzare la categoria e renderla indipendente dal potere politico. Nascono così, nel 1969, i cosiddetti "pretori d'assalto": sono giovani magistrati formatisi nella Repubblica, apertamente di sinistra, convinti che il compito dei magistrati sia intervenire sulla realtà adoperando le leggi, a volte con interpretazione estensiva, dando battaglia su temi chiave come l'inquinamento ambientale e lo stesso finanziamento dei partiti.
Eppure il Pci, pur segnalando una demarcazione netta tra la magistratura democratica e quella reazionaria, mantiene una notevole distanza. I leader del Pci credono fermamente nel primato assoluto della politica e diffidano dei tentativi di cambiare il sistema per via giudiziaria. Le cose cambiano radicalmente, sia nei rapporti tra politica e magistratura sia in quelli tra sinistra e potere togato, col terrorismo. La politica delega ai magistrati la gestione della lotta contro i gruppi armati. Sono i generali sul campo e decidono loro di quali armi, cioè di quali leggi, hanno bisogno per vincere. E' la prima irruzione delle toghe nell'area che sarebbe appannaggio esclusivo della politica, il primo passo verso il ribaltamento del rapporto di sostanziale subordinazione della magistratura al potere politico. Molti di quei magistrati in prima linea contro il terrorismo sono di sinistra. Si inizia così a saldare, con la regia e la supervisione del futuro presidente comunista della Camera Luciano Violante, un blocco destinato a rivelarsi longevo.
Negli anni '80 la politica mira a recuperare per intero il proprio primato, la magistratura a non retrocedere e anzi ad allargare ulteriormente il proprio spazio. Capita che i nemici numero uno della magistratura, Bettino Craxi e Francesco Cossiga, siano anche i principali nemici del Pci. Nei numerosi fronteggiamenti tra il leader del Psi, nonché premier dal 1983 al 1987, e le toghe, e in quelli ancora più duri tra il capo dello Stato e la magistratura, il Pci si schiera puntualmente con i togati. Anche quando nel 1991 il presidente Cossiga ordina di circondare palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio, da carabinieri in assetto antisommossa con l'indicazione di irrompere se la seduta si fosse svolta davvero.
Nonostante l'equilibrio apparente, negli anni '80 la magistratura conquista terreno imponendo l'immagine di un potere dello Stato il cui compito essenziale è esercitare il controllo di legalità sugli altri poteri dello Stato, senza peraltro dover subire lo stesso controllo in nome dell'autogoverno della magistratura. Quando nel 1987 il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu vinto dai referendari fu il ministro della Giustizia del governo Goria, Giuliano Vassalli, a cancellare come se nulla fosse quel referendum con una legge che di fatto lasciava la situazione immutata. La strage di magistrati a opera della mafia che insanguinò l'intero decennio contribuì ulteriormente a cementare il rapporto tra potere togato e sinistra politica.
Il capovolgimento totale nei rapporti di forza tra i due poteri dello Stato si verifica con tangentopoli. Il Pds di Occhetto, almeno all'inizio, manteneva margini di distanza e autonomia. Votò contro le leggi eccezionali antimafia varate subito dopo la strage di Capaci. Il segretario, di fronte all'ipotesi che iniziava a circolare di avvisi di garanzia contro il segretario della Dc Forlani, quello del Psi Craxi e contro lui stesso, sbottò apertamente: "Sarebbe un golpe". Il giorno dopo fu costretto a smentire. L'opinione pubblica era tutta con Mani Pulite, i media erano altrettanto schierati. Le inchieste, pur sfiorando anche il Pci, stavano smantellando i partiti rivali, abbattendo anzi l'intero sistema della Prima Repubblica, peraltro ormai debolissimo dopo la caduta del Muro.
Il Pds e anzi tutta la sinistra politica e culturale scelsero non solo di appoggiare sempre e comunque nonostante alcune forzature vistose, come l'uso della carcerazione preventiva quale strumento di pressione per ottenere confessioni e denunce, alla continua fuoriuscita di materiale, ma anche una sorta di autorità morale superiore e di ruolo di controllore assoluto che metteva il potere togato in grado di tenere sempre sotto scacco la politica. Il percorso iniziato con la lotta al terrorismo arrivò a compimento per una quantità di ragioni diverse. Pesarono calcoli opportunistici ma anche la paura di irritare la propria stessa base che, anche grazie al talento istrionico di un grande personaggio come Antonio Di Pietro, non avrebbe permesso prese di distanza dalla magistratura. Ma incideva anche, forse più profondamente, una sorta di sfiducia nella politica, nella sua capacità di autoriformarsi, nel suo effettivo primato che era l'esatto opposto dell'approccio del vecchio Pci almeno fino alla fine degli anni '60.
La resa ufficiale della sinistra e della politica fu la Bicamerale presieduta dal segretario del Pds Massimo D'Alema a partire dal 1997. E' a tutt'oggi l'unico tentativo serio di riformare la Carta non a colpi di maggioranza ma attraverso il dialogo tra maggioranza e opposizione. Se fosse stata coronata da successo avrebbe messo fino in tempi credibili a una transizione italiana che si è invece rivelata interminabile e interminata. La vulgata racconta che a far fallire quel tentativo, arrivato molto vicino al traguardo, fu Silvio Berlusconi. Come il relatore sulla riforma della Giustizia Cesare Salvi non è così. Ad affossare la bicamerale fu il No della magistratura a qualsiasi intervento sulle norme che riguardavano il terzo potere dello Stato. Per Berlusconi una riforma della Costituzione che non riguardasse anche la magistratura era inaccettabile. Il Pds dovette scegliere e nonostante il fallimento della Commissione fosse anche una durissima sconfitta per il suo presidente, il segretario D'Alema, preferì inchinarsi al diktat del potere togato sacrificando la riforma.
Nel corso dei decenni, però, è sempre rimasta viva e attiva una componente significativa della sinistra contraria alla subalternità della politica e della sinistra stessa all'invadenza del potere togato. E' quella che oggi rivendica la propria stessa esistenza e prova a mettere le cose in chiaro: il referendum di marzo non è e non deve essere né un plebiscito su Giorgia Meloni né uno showdown tra destra e sinistra. Si può essere di sinistra, combattere il governo Meloni e tuttavia votare sì al referendum.