L'analisi
La premier Giorgia Meloni
Negli ultimi giorni Giorgia Meloni è tornata a fare una delle cose che, per virtù o per necessità, le riescono meglio: l’equilibrista. Con una serie di dossier ad alto tasso di conflittualità, sul fronte interno della maggioranza e su quello esterno europeo e atlantico, la presidente del Consiglio ha scelto la linea del bilanciamento costante, evitando strappi e cercando di tenere insieme interessi divergenti.
Una strategia che, almeno per ora, sembra funzionare, come dimostrano gli esiti su Groenlandia, Mercosur, fino al compromesso maturato ieri a Parigi tra oltre trenta capi di Stato e di governo sulle garanzie di sicurezza per Kiev nel post-conflitto.
Sulla Groenlandia Meloni ha sottoscritto la dichiarazione congiunta di sette Paesi europei – tra cui Francia, Germania, Spagna e Danimarca – che ribadisce l’inviolabilità dei confini ma, allo stesso tempo, chiama Washington a una collaborazione strutturata per la sicurezza collettiva nella regione.
Un testo calibrato, che consente all’Italia di restare agganciata al fronte europeo senza trasformare il messaggio in una sfida frontale agli Stati Uniti, in una fase in cui la postura americana resta decisiva anche su altri dossier sensibili.
Lo stesso schema si ritrova nel capitolo Mercosur, tutt’altro che secondario per le implicazioni politiche interne e per la base di consenso del centrodestra.
Dopo mesi di cautele e distinguo, Palazzo Chigi ha finito per allinearsi ai partner europei sull’accordo commerciale con l’America Latina, ottenendo però da Ursula von der Leyen una sorta di indennizzo politico ed economico: l’anticipo di risorse per la Politica agricola comune, a partire dal 2028, per un totale di 45 miliardi di euro. Un segnale pensato per disinnescare le proteste degli agricoltori, su cui più volte aveva fatto leva la Lega di Matteo Salvini, che a Bruxelles gode di margini di manovra più ampi rispetto a Fratelli d’Italia e alla stessa premier.
Il dossier più delicato resta però quello ucraino. A Parigi, al vertice della Coalizione dei Volenterosi convocato da Emmanuel Macron, alla presenza del presidente ucraino Zelensky e dell’inviato Usa Witkoff, la linea italiana è arrivata ormai definita: pieno sostegno a Kiev e pressione sulla Russia, ma esclusione categorica dell’invio di truppe sul suolo ucraino.
Una posizione che il presidente francese e il premier britannico Keir Starmer sembrano avere metabolizzato, concentrando gli sforzi sull’obiettivo di ottenere dagli Stati Uniti un impegno diretto nel monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco e nel sostegno a una futura forza multinazionale di deterrenza.
Non a caso, nelle bozze circolate all’Eliseo si parla di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti, attivabili con l’entrata in vigore della tregua, con un ruolo centrale di Washington.
Per l’Italia, dopo aver fatto ingoiare a Salvini l’ennesimo decreto di proroga dell’invio di armi a Kiev fino al 2026, la postura assunta a Parigi era di fatto obbligata. Da qui anche il vertice in videocall convocato da Meloni con i due vicepremier, Salvini e Antonio Tajani, alla vigilia del summit, per ricompattare la linea su Ucraina e Venezuela e prevenire fughe in avanti. Un passaggio politico necessario, in una maggioranza attraversata da sensibilità diverse e chiamata a fare i conti con le conseguenze del blitz americano a Caracas e con le incognite legate alla transizione venezuelana.
D'altra parte, anche per la questione venezuelana le acrobazie della premier non sono passate inosservate: da un lato il contatto diretto con l’opposizione democratica e l’attenzione alle prospettive di una transizione pacifica, dall’altro la necessità di non entrare in rotta di collisione con Washington dopo l’iniziativa americana su Caracas. Anche qui Palazzo Chigi ha scelto di presidiare il campo senza esporsi troppo, consapevole che ogni sbilanciamento avrebbe inevitabili ricadute sugli equilibri europei e sul rapporto con gli Stati Uniti, già sotto stress per Ucraina e Medio Oriente.
È in questo contesto che va letta la scelta di tenere costantemente coinvolti i vicepremier, evitando che le differenze di sensibilità nella maggioranza si traducano in messaggi contraddittori all’estero.
Il risultato è un equilibrio fragile ma, per ora, efficace. Meloni riesce a presentarsi come interlocutrice affidabile in Europa, senza rinunciare a marcare le sue linee rosse, e allo stesso tempo mantiene sotto controllo le tensioni interne, compensando concessioni esterne con ritorni politici spendibili sul piano domestico. È una politica di piccoli passi e aggiustamenti continui, più che di scelte di rottura, che consente alla premier di restare in gioco in una fase internazionale segnata da incognite e da rapporti di forza in rapida evoluzione. Fino a quando il filo reggerà, l’equilibrismo resta la cifra della sua leadership.