Giustizia
Enrico Costa, deputato di Forza Italia
Dietro il dibattito sui tempi del referendum sulla riforma della giustizia, e in particolare sulla separazione delle carriere, si nasconderebbe un obiettivo ben preciso: evitare che il prossimo Consiglio superiore della magistratura venga formato secondo le nuove regole. È l’accusa lanciata da Enrico Costa, vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, in un intervento pubblicato sui social.
«Pensate davvero che il fronte del No voglia posticipare il referendum per inseguire un improbabile recupero? Io non lo penso», scrive Costa, sostenendo anzi che «più tempo c’è per spiegare la riforma, più è favorita la sua conferma alle urne». Secondo il deputato di Forza Italia, l’obiettivo reale sarebbe un altro e avrebbe un carattere «sotterraneo e non dichiarato»: fare in modo che, anche in caso di vittoria del Sì, il prossimo Consiglio Superiore della Magistratura continui a essere eletto e non sorteggiato.
Costa spiega il presunto meccanismo. Ritardare la celebrazione del referendum significherebbe, a suo avviso, far slittare l’iter delle leggi ordinarie di attuazione della riforma, necessarie per disciplinare il sorteggio e la creazione dei due Csm previsti dal nuovo impianto. «Più tardi si celebra il referendum, più tardi si incardinano le leggi attuative, restringendosi la finestra per approvarle prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo del Csm», osserva, ricordando che la scadenza dell’attuale Consiglio è fissata a gennaio 2027, con elezioni previste tra ottobre e novembre 2026.
In questo scenario, aggiunge Costa, basterebbe «un po’ di ostruzionismo alle Camere» per dilatare ulteriormente i tempi e arrivare alla convocazione delle elezioni senza le norme attuative. A quel punto, sostiene il deputato azzurro, il fronte del No potrebbe invocare l’applicazione delle regole vigenti, che prevedono un solo Csm eletto e non sorteggiato. «Sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, statene certi», avverte.
Costa respinge anche le tesi secondo cui il referendum non potrebbe essere indetto prima della conclusione della raccolta firme promossa dalle opposizioni, definendole un ulteriore tentativo di rallentamento. «Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna a un Csm che non sia più in mano alle correnti», conclude, assicurando però che Parlamento italiano lavorerà per garantire «un’attuazione tempestiva» della riforma, qualora venisse confermata dal voto popolare.