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L'intervento

La Repubblica e la Costituzione: le due comete del presidente Mattarella

Nel discorso di fine anno il Capo dello Stato richiama unità, coesione e pace come responsabilità quotidiana

03 Gennaio 2026, 08:58

La Repubblica e la Costituzione: le due comete del presidente Mattarella

Sergio Mattarella

Stavolta le telecamere entrano a volo d’uccello a Palazzo, superano le luci tricolori dello stellone della Repubblica che decorano il Cortile d’Onore, e arrivano al Salone della Vetrata. Sergio Mattarella ha alla sua sinistra la prima pagina con la quale il principale quotidiano italiano annunciava ottanta anni fa la nascita della Repubblica, e alla sua destra il leggìo con la Costituzione.

Sono le comete che guideranno tutto il discorso. Un discorso nel quale il capo dello Stato, il primo cittadino italiano, si rivolge direttamente ai connazionali e li esorta a volgere lo sguardo al futuro, forti della consapevolezza che ha radici proprio in quella scelta repubblicana di otto decadi orsono. E quando dopo poco meno di un quarto d’ora il messaggio di fine anno volge al termine, il futuro prende corpo perché il presidente si rivolge direttamente ai giovani: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi». «Stay hungry, stay foolish», avrebbe detto uno Steve Jobs, «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna», scandisce Mattarella.

Il richiamo al “grande mosaico” del percorso repubblicano, le cui tappe il Presidente rievoca passaggio per passaggio, nel positivo come nel negativo, serve ad indicare la via per un futuro all’altezza della storia del Paese, che ovviamente ha ricevuto dal governo, e dalle forze politiche di governo un plauso convinto e immediato, senza neanche lasciarsi il tempo di qualche introspezione autocritica.

Il punto focale del discorso di Mattarella è evidente. Non è la prima volta che lo dice, ma stavolta lo ricorda direttamente agli italiani: «La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». Nessuno è esentato dal difendere la libertà in cui viviamo, la pace in cui viviamo, e le cui fondamenta risiedono nella «coesione sociale, bene prezioso di cui disponiamo», ma un bene che «non è mai acquisito definitivamente, un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato». Perché «il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana». E «riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, e a ogni comunità, piccola o grande».

Unità, coesione e, come ha detto anche papa Leone XIV, c’è «necessità di disarmare le parole». Perché poi, anche ottanta anni fa, anche alla Costituente, le forze politiche bisticciavano eccome. Ma poi si mettevano pazientemente a discutere costruttivamente, a cercare una soluzione. E il frutto è stata la Carta che è la base della nostra convivenza civile. Invece, oggi, «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi».

La pace politica, la pace italiana di cui parla il presidente, è cosa che si costruisce, giorno per giorno. Non è cosa diversa dalla pace che è bisogno urgente nelle terribili frontiere di guerra della nostra era: «Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte».

È ripugnante negare la pace, dice proprio così Mattarella. Perché «la pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio».

È certo un discorso di politica ad alto tasso valoriale, quello del presidente. Che lo ha rivolto per la fine d’anno a tutti gli italiani, così come al mondo politico ed istituzionale il 19 dicembre scorso, richiamando l’obiettivo di raggiungere quella «pace permanente» di cui parlava Franklin Delano Roosevelt mirando al «porre fine ai princìpi di tutte le guerre». Ricordando pure alla platea dei politici assisa nel Salone dei Corazzieri che pace significa «affermazione del diritto sulla forza», che pace è precondizione di libertà e sviluppo, e che «democrazia è lo spazio dei diritti contro le involuzioni autoritarie».