Giovedì 05 Febbraio 2026

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Salvini galvanizzato dall’assoluzione ora rimette nel mirino il Viminale

Dalla politica estera alla sicurezza, passando per la manovra e le grandi opere, il segretario della Lega scandisce il ritmo e riapre dossier che nella maggioranza non sono mai stati davvero archiviati

18 Dicembre 2025, 16:43

19:21

Matteo Salvini

Il leader della Lega Matteo Salvini

Il giorno dopo l’assoluzione definitiva per la vicenda Open Arms, Matteo Salvini si è ripreso la scena. Non con un unico intervento, ma con una sequenza calibrata di dichiarazioni, post e prese di posizione che hanno occupato l’intera giornata politica, restituendo l’immagine di un leader galvanizzato, tornato a muoversi da protagonista nel centrodestra. Dalla politica estera alla sicurezza, passando per la manovra e le grandi opere, il segretario della Lega scandisce il ritmo e riapre dossier che nella maggioranza non sono mai stati davvero archiviati.

Puntualmente, è tornato all’ordine del giorno il tema Viminale. Salvini ha evitato l’assalto frontale, ma è tornato a evocare il suo possibile ritorno con una prudenza solo apparente. «Se gli italiani ci risceglieranno», dice ai microfoni di Rtl, «occuparmi di ordine pubblico, lotta alla mafia e ai trafficanti di esseri umani è qualcosa che posso tornare a fare».
Il riferimento è al 2027, ma il messaggio parla al presente. La vexata questio del ritorno al ministero dell’Interno, riesplosa già dopo l’assoluzione in primo grado e culminata al congresso leghista di Firenze, quando l’intero gruppo dirigente fece pressione su Palazzo Chigi, torna così a riaffacciarsi.

Allora Giorgia Meloni fu costretta a ribadire il suo no, ma senza riuscire a chiudere definitivamente la partita. Quasi a voler ribadire la postura da ministro ombra dell’Interno, Salvini interviene sullo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino con un post secco, un «fuori!!!» che richiama il linguaggio e i simboli del suo passato al Viminale.
Un gesto politico prima ancora che comunicativo, che segnala agli alleati come il tema della sicurezza resti terreno di competizione interna, nonostante il perimetro dell’azione di governo sia formalmente presidiato da altri.
Ma in una fase come questa, con un Consiglio Ue importantissimo e per certi versi drammatico sull’Ucraina, impensabile che Salvini non facesse sentirsi anche sul fronte internazionale. E infatti il leader leghista ha alzato ulteriormente i toni, facendo salire la tensione nella maggioranza.

Le parole del premier polacco Donald Tusk sugli aiuti militari vengono bollate come «parole di guerra inqualificabili», mentre invoca gli appelli del Papa e rivendica una linea alternativa: lavorare per un decreto sugli aiuti militari a Kiev «diverso dagli anni passati», concentrato sulla difesa e non sull’offesa. «Non siamo in guerra contro la Russia», ripete, attaccando anche l’ipotesi di sequestrare i beni russi in Europa, giudicata una mossa «non intelligente» che rischia di ritorcersi contro l’economia europea.
«Da Bruxelles», ha affermato Salvini, «arrivavano agenzie con toni belligeranti, si parla di sangue, di armi, di ulteriori sanzioni e di sequestro di beni. Occorre prudenza», ha aggiunto, «cautela e responsabilità, non è facile, però c'è qualcuno che sta lavorando da settimane, magari con modi anche bruschi, per rimettere intorno a un tavolo l'aggredito e l'aggressore, perché c'è sempre chiara la distinzione tra l'aggredito e l'aggressore». «Però», ha proseguito, «in un momento in cui si riallaccia il sottile nodo del dialogo, del riavvicinamento fra fronti lontanissimi, intervenire a gamba tesa non penso sia utile a nessuno».

Nel racconto salviniano, la pace diventa il perno di una narrazione che guarda a Donald Trump come all’unico leader capace di aprire un tavolo di trattativa, mentre Bruxelles viene descritta come il luogo di «parole terrificanti» su armi, sangue e bombe.
Una linea che cozza in parte con quella della premier e totalmente con quella di Forza Italia, pronta a sostenere Kiev senza ambiguità (al netto di qualcje incertezza sugli asset russi), e che riporta alla luce le differenze strategiche mai sopite all’interno della coalizione. Accanto alla politica estera, Salvini interviene anche sulla manovra, chiedendo modifiche su pensioni, riscatto della laurea e burocrazia condominiale, rivendicando il ruolo della Lega come argine contro nuove rigidità.

Un Salvini che sembra preda di una sorta di trance agonistica, quando afferma che «alcune scelte tecniche dal punto di vista della Lega devono essere modificate: niente allungamento dell’età pensionabile, niente rivalsa su chi riscatta la laurea, niente nuove norme, nuova burocrazia per i condomini e per gli inquilini che adempiono al loro dovere e un occhio particolare a quello che accade in Europa e nel mondo».

E quando rilancia sul Ponte sullo Stretto, parlando di interlocuzioni positive con l’Unione europea e promettendo l’apertura dei cantieri nella primavera del 2026, a conferma della centralità del dossier infrastrutturale nella sua agenda, indipendentemente dalla verosimiglianza dell’obiettivo (che appare scarsa).

Il quadro che emerge è quello di un leader che, archiviata la vicenda giudiziaria, torna a occupare spazio e ad accumulare dossier. Il Viminale resta sullo sfondo, ma non scompare. Anzi, si somma agli altri punti di frizione con gli alleati. Un tema in più destinato a pesare nei prossimi mesi, mentre la competizione interna al centrodestra entra in una fase meno silenziosa e più scoperta. Una competizione nella quale è intervenuto un fattore che il segretario del Carroccio non mancherà di sfruttare a proprio favore, e cioè la messa in discussione di Antonio Tajani come leader azzurro.

Due giorni fa, il governatore calabrese Roberto Occhiuto, seppure in modo discreto, ha ufficialmente lanciato la propria sfida per contendere al gruppo dei “romani” il vertice di FI. Salvini, dopo aver “sistemato” almeno per il momento lo scomodo Zaia in Veneto (dove si è appena insediato come presidente del Consiglio regionale) potrebbe risultare avvantaggiato, nel gioco dei rapporti di forza interni alla coalizione e del testa a testa continuo tra i due partiti, da un Tajani “anatra zoppa”.