Lato Umano
C’è una frase, in un’intercettazione di pochi giorni fa, che mi ha fatto riflettere. «Stai facendo secco un altro vecchio?». A pronunciarla, scrivono i giornali, è Elena, la compagna di Luca Spada, l’autista di ambulanze di Forlì arrestato con l’accusa di omicidio. Secondo l’inchiesta, Spadino (così lo chiamano tutti) non era solo un soccorritore, ma un terminale di un’agenzia funebre, uno che “accelerava” la fine dei pazienti per incassare commissioni.
I giornali hanno già apparecchiato la tavola. C’è tutto: l’eroe dell’alluvione che si rivela un angelo della morte, le intercettazioni ciniche, il dolore comprensibile dei parenti che ora leggono ogni morte naturale come un delitto. Eppure, leggendo quegli stralci, ho avuto anche un brivido diverso. Non solo di orrore per il crimine che ci viene raccontato e dato per assodato, ma di terrore per il linguaggio.
Chi fa lavori di frontiera - medici, infermieri, autisti del 118, necrofori - sviluppa un senso dell’umorismo che a noi “civili” sembra mostruoso. Lo chiamano gallows humor, l’umorismo da forca. È un meccanismo di difesa necessario: se non scherzi sulla morte con cui mangi ogni giorno, la morte ti mangia.
Pensateci. Quante volte, parlando con un amico o con il partner, facciamo battute che, se trascritte su un verbale, ci farebbero sembrare dei serial killer? Se una docente scrive a un collega “Oggi ho fatto una strage” per dire che ho bocciato dieci studenti, o se un medico dice “Ne abbiamo persi tre, oggi è un cimitero”, stiamo descrivendo una realtà, non confessando un crimine.
Ma quando quelle frasi passano dal telefono alla carta stampata perdono il tono, perdono il contesto, perdono l’intimità. Diventano prove.
Nell’inchiesta si parla di contatti con le pompe funebri, di lapidi montate, di biglietti da visita lasciati “al momento giusto”. È possibile che ci fosse un giro di mance, di corruzione sottile, di sciacallaggio burocratico? Forse sì. Ed è orribile. Ma c’è un abisso tra l’essere un cinico approfittatore che arrotonda lo stipendio e l’essere un assassino. E tocca all’autorità giudiziaria colmare quell’abisso.
Il problema è che il processo mediatico non conosce sfumature. Se dici “G. oggi ha fatto due morti” e la tua compagna risponde “Bravo”, il lettore vede due complici che festeggiano un omicidio. Ma chi vive quel mondo sa che “fare due morti” può significare semplicemente aver gestito due decessi naturali in un turno massacrante. È un’interpretazione plausibile, magari non vera, ma il lettore ne vede solo una.
Questa vicenda mi ha ricordato subito la storia di vari altri infermieri killer, così li avevano ribattezzati. Anche lì: titoli cubitali sull’angelo della morte, intercettazioni decontestualizzate, una condanna che pareva già scritta nel marmo. Poi, faticosamente, si è scoperto che i dati clinici non tornavano, che quella “verità” era stata costruita sulla suggestione di un linguaggio brutale ma non criminale.
Il punto, oggi, non è stabilire se Luca Spada sia colpevole o innocente (per quello, per fortuna, ci sono i tribunali, quelli veri). Il punto è chiederci: siamo ancora capaci di distinguere tra un uomo cinico e un uomo malvagio? Siamo diventati così affamati di mostri da non accorgerci che stiamo processando il modo in cui la gente parla nell’intimità della propria cucina? Se ogni nostra battuta stupida, ogni nostra esasperazione quotidiana fosse data in pasto a un’inviata di cronaca nera, quanti di noi resterebbero liberi?
La verità è che la realtà è quasi sempre più grigia e meno eccitante di un titolo di giornale. A volte un autista di ambulanze è solo un uomo che ha perso il rispetto per il mistero della morte, ma questo non fa di lui un assassino. Fa di lui uno di noi, con le nostre miserie e i nostri linguaggi sporchi, spiato nel momento in cui credeva di essere solo.