Venerdì 03 Aprile 2026

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Lato Umano

Il vuoto che stringe il cuore

Possiamo condannare il gesto senza disumanizzare la persona? Riflessione sulla gogna mediatica che ha travolto Rosa Vespa e sulla difficoltà di ammettere che, a volte, il confine tra dolore e reato è più sottile di quanto vorremmo credere

03 Aprile 2026, 15:50

Non sono madre. Probabilmente non lo sarò mai. È una consapevolezza con cui ho imparato a convivere, un perimetro che definisce la mia vita senza necessariamente mutilarla. Non sottrarrei mai un figlio a nessuno, non infliggerei mai il supplizio dell’assenza per colmare un mio silenzio interiore. Eppure, davanti alla figura di Rosa Vespa, non riesco a unirmi al coro di disprezzo che le viene vomitato addosso da ogni monitor, da ogni tastiera. Come sempre accade, quando c’è un mostro da additare.

Qualche sera fa, nel salotto televisivo di Bruno Vespa, Rosa ha provato a dare un nome all'innominabile. Ha detto: «Volevo solo stringere un bambino». In quel momento, mentre la gogna mediatica affilava le lame, a me si è stretto il cuore.

Intendiamoci, il piano della realtà non ammette sconti. Rosa, la sera del 21 gennaio 2025, ha rapito una neonata dalla clinica Sacro Cuore di Cosenza, ha finto una gravidanza mai esistita, ha simulato un parto che il suo corpo le ha negato. Ha spalancato un abisso di terrore sotto i piedi di due genitori, un’angoscia che non oso nemmeno visualizzare per non sentirmi mancare il respiro. Per questo è stata condannata a cinque anni e quattro mesi. La legge ha fatto il suo corso, com’è giusto che sia.

Ma oltre al Tribunale voglio provare a capire cosa succede quando la mente si spezza sotto il peso di un desiderio che diventa ossessione.

Rosa non riesce a dare una spiegazione logica perché la logica, in quella stanza d’ospedale, non c’era più. C’era solo un impulso primordiale, disperato e terribilmente solitario. Il suo dolore - quel senso di inadeguatezza, quel vuoto che urla - non diventa meno reale solo perché l’ha spinta a compiere la scelta peggiore della sua vita.

Possiamo condannare il gesto senza disumanizzare chi lo ha compiuto? Possiamo guardare a questa donna non come a un mostro da rotocalco, ma come a una persona che ha cercato di riempire un’assenza con un atto folle?

Rosa dice di non aver voluto fare del male a nessuno. E io, pur nel dolore della famiglia coinvolta e nella gravità del reato, le credo. Credo alla sua disperazione, credo a quel desiderio di maternità così distorto da diventare tossico. Credo che spesso quel desiderio è il risultato di un imperativo sociale al quale non ci si riesce a sottrarre, così forte da non consentirti più di comprendere se è tuo o appartiene ad altri. Non la giustifico, perché la sofferenza non è mai un lasciapassare per infliggere dolore ad altri. Ma non riesco a odiarla. Perché dietro le sbarre di quella condanna, c’è un’altra prigione, molto più antica e profonda, che Rosa si porta dentro da sempre.

E quella, purtroppo, nessuna sentenza potrà mai cancellarla.