Lato Umano
Se sfogliamo il vocabolario Treccani fino al verbo “sottrarre” scopriamo che il termine vive di un’ambiguità profonda: da un lato significa mettere in salvo, sottrarre al pericolo, appunto; dall'altro, portar via con l’inganno. È paradossale che nel dibattito pubblico sugli affidi si sia scelto di abbracciare esclusivamente la seconda accezione. Quello che dovrebbe essere un atto di protezione è stato trasformato in un sinonimo di furto, preferendo la narrazione del sopruso al significato più alto del salvataggio.
Questa scelta semantica non è casuale. È una scelta, appunto. Ed è emblematica di una narrativa predominante - dai fatti di Bibbiano alla famiglia nel bosco - che tende a considerare i figli come una proprietà della famiglia d’origine. Non serve dichiararlo: basta insistere sul fatto che “non appartengono allo Stato”. Un’affermazione vera, che però omette l’elemento centrale: i bambini non sono oggetti di possesso, ma soggetti di diritto. Semplicemente non appartengono a nessuno.
C’è però un altro dato. Quando la cronaca accende i riflettori su questi temi, si dimentica spesso che anche quelle affidatarie sono famiglie. Raramente si misura il peso emotivo di chi sceglie di mettere la propria vita al servizio di un altro, accogliendone ferite e fragilità. È l’esperienza di chi dona amore e conforto a un bambino “non suo”, sapendo che un giorno quel legame potrebbe interrompersi, lasciando solo un ricordo laddove, per un tratto di strada, c’è stato un figlio.
Nelle vicende più mediatiche, l’attenzione si concentra comprensibilmente sui genitori biologici. I bambini, pur essendo i protagonisti, restano spesso senza voce, e i genitori affidatari vengono frequentemente confinati nel ruolo di “complici” di un presunto sistema predatorio. Ma la realtà non accetta etichette manichee: le persone non sono bidoni dell’umido in cui gettare scarti di umanità divisi tra buoni e cattivi.
Vi racconto allora di una donna, chiamiamola Elena. Ha i capelli candidi, il sorriso sempre pronto e un’accoglienza magnetica. Per anni, le sue braccia sono state il porto sicuro per una ventina di bambini in cerca di aiuto. Tra questi ce n’era uno la cui storia è diventata tragicamente nota alle cronache. Era stato allontanato dalla famiglia d’origine poiché ritenuta temporaneamente inadeguata. Dopo il passaggio in comunità, arrivò da Elena. Sembrava l’inizio di una stabilità, ma dopo alcuni rientri periodici a casa dei genitori biologici iniziarono i malesseri, i silenzi, fino alla confidenza di un segreto terribile: il racconto di abusi sessuali. Seguì un iter giudiziario estenuante, minacce, trasferimenti, un percorso doloroso che portò, infine, alla messa in sicurezza del minore. Quel bambino divenne ufficialmente figlio di Elena.
Eppure, molti anni dopo, la narrazione è mutata. Quel figlio, ormai adulto, è stato indotto a riconsiderare il proprio passato, arrivando a negare quegli abusi e a indicare nei genitori adottivi i “carnefici” che lo avrebbero privato della sua vera famiglia. Nonostante verità giudiziarie più che granitiche. E alla fine sono stati Elena e suo marito a essere derubati di un affetto costruito in decenni.
In realtà, l’amore non si ruba. Specialmente quello per un figlio, perché la genitorialità risiede nella cura, non nel mero atto biologico di chi tratta i bambini come proprietà. Oggi Elena vive questa distanza e questa ombra mediatica con un dolore che nessuna smentita può lenire, sperando solo che quel figlio possa un giorno fare pace con i propri fantasmi, forse gli stessi che lo spingono a riscrivere la propria storia per poterla sopportare.
Prima di parlare di “figli rubati” dovremmo chiederci cosa significhi davvero essere genitori. Se sia un diritto di possesso o, come nel caso di Elena, un instancabile e gratuito atto di responsabilità.