Lunedì 16 Marzo 2026

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Lato Umano

Il nome del mostro e lo scudo del silenzio

Il web invoca il linciaggio pubblico per il giornalista e l’insegnante accusati di abusi su minori. Ma rivelare l’identità del colpevole significa, quasi sempre, tradire quella della vittima: ecco perché tacere è un atto di civiltà

16 Marzo 2026, 17:36

17:52

«Dateci i nomi! Perché proteggete questi schifosi?». Se fate un giro sui social o tra i commenti negli articoli pubblicati sui siti d’informazione, il tenore è questo. Un grido che sale dalla pancia del web e punta il dito contro il silenzio sui nomi di due protagonisti di una vicenda di cronaca nerissima: un giornalista importante e la sua compagna, un’insegnante, accusati di aver abusato di minori. È un’invettiva feroce contro l'anonimato pensato come regalo di "colleganza" fatto a due mostri.

La folla anela quei nomi, li desidera con una foga che scambia per sete di giustizia. Li pretende come se fossero un bene pubblico di cui è stata privata. Ma c’è un’insidia che la piazza ignora, o forse finge di non vedere: fornire quelle identità non significherebbe solo consegnare il presunto "mostro" al pubblico ludibrio – con il rischio, tra l’altro, di distruggere degli innocenti qualora le accuse cadessero – ma significherebbe, soprattutto, esporre le vittime.

Parliamo di bambini. Creature che, dopo aver subito mani e sguardi non desiderati, si ritroverebbero "nude", metaforicamente, davanti a tutto il Paese. In un’epoca di iper-connessione, il nome dell’abusante in un contesto specifico è la chiave che apre la porta della casa della vittima.

Esattamente ventisei anni fa, il quotidiano Libero pubblicò una lista di nomi: era un elenco di condannati per pedofilia. Nelle intenzioni voleva essere una denuncia, nei fatti fu una mappa che condusse dritto alle vittime. Quell’episodio segnò uno spartiacque e portò alla radiazione (poi convertita in censura) del direttore Vittorio Feltri, diventando il simbolo di un confine invalicabile: quello oltre il quale il diritto di informare diventa un’arma che ferisce di nuovo chi è già a terra.

Oggi quel confine si chiama Carta di Treviso. È la nostra "etica del silenzio". Quando ci chiedono: «Lo proteggete perché è un collega?», la risposta non sta in un privilegio di casta, ma nel volto di un minore che vive in un piccolo quartiere o frequenta una scuola specifica. Fare quel nome significa tradire la privacy di un bambino per un pugno di visualizzazioni. In questo caso, il silenzio non è omissione: è uno scudo a protezione di chi non è stato protetto prima.

Ma c’è un secondo livello di protezione che spesso viene dimenticato nel calore della polemica. Lo stesso principio di cautela deve valere per chi, seppur accusato, è ancora presunto innocente.

In questo scenario, la Riforma Cartabia viene spesso dipinta come una mannaia che fa a pezzi il diritto di cronaca. Eppure, se ci fermiamo a riflettere senza pregiudizi, ci accorgiamo che il rischio della gogna è reale e devastante. Se oggi il pubblico scalpita perché i nomi non vengono fatti, è perché siamo stati abituati a vedere il "cattivo" esposto sul palco per l’impiccagione mediatica ben prima che un giudice possa stabilire se cattivo lo sia davvero.

Il lato umano della giustizia e dell’informazione risiede proprio qui: nel coraggio di non dare in pasto le persone alla folla, proteggendo l’identità dei piccoli e la dignità (e la verità) dei grandi. Perché una società che rinuncia alle garanzie in nome dello sdegno, smette di essere civile e torna a essere tribunale di piazza.


Vorrei sapere cosa ne pensate: credete che il diritto di cronaca debba sempre prevalere, o pensate che lo "scudo del silenzio" sia l’ultima vera barriera a difesa della dignità umana? Scrivetemi a simona.musco@ildubbio.news