Giovedì 02 Aprile 2026

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L'intervista

Spangher: «Il referendum è perso, i problemi restano tutti»

Parla il noto giurista. «L'errore principale è stato quello di aver impostato la campagna sul piano meramente tecnico, mentre la questione si connotava di implicazioni di ampio respiro»

02 Aprile 2026, 10:09

Spangher: «Il referendum è perso, i problemi restano tutti»

Il professore Spangher

Professore Giorgio Spangher, emerito di procedura penale, da dove si riparte, sul piano dei rapporti tra gli attori della giurisdizione, dopo le macerie del referendum?

Al di là delle dichiarate intenzioni, i problemi della giustizia penale restano tutti. Bisognerà però attendere che i protagonisti - avvocatura, magistratura e potere politico - si riassestino. Perché in questo momento ognuno deve riflettere e trovare gli equilibri per riavviare un discorso di confronto.

Lei ha vissuto la campagna referendaria da co-protagonista, quale presidente del Comitato del Partito Radicale. Che bilancio fa?

Per me è stata un'occasione quella di poter dare un senso alla mia storia politica, culturale e scientifica, perché i punti di riferimento quali Pannella, Sciascia, Tortora, Vassalli, Pisapia, Salvi e Pera hanno rappresentato tutta la mia storia. E quindi sono stato molto orgoglioso di ciò che mi è stato affidato e lo ritengo qualcosa che mi ha arricchito e che ho cercato di svolgere nei limiti delle mie possibilità.

Ma dove si è sbagliato?

Gli errori sono stati molti, soprattutto la mancanza di comprensione del mood che il Paese stava vivendo, specialmente con riferimento ai giovani, l’assenza di coordinamento, il ritardo nelle iniziative e una sorta di improvvisazione o di convinzione che tutto sommato la battaglia poteva essere vinta. Inoltre, a differenza della magistratura che è riuscita a consolidare un blocco di supporto politico, forse l'errore principale è stato quello di aver impostato la campagna sul piano meramente tecnico, mentre la questione si connotava di implicazioni di più ampio respiro, penso a Gaza e alla guerra in Iran. Rispetto a ciò è mancata consapevolezza sia nella fase iniziale che in quella successiva. Quando questo si è percepito, probabilmente era già tardi.

Secondo lei in questa legislatura ci sarà ancora spazio per le riforme della giustizia?

Non sarà facile in questa legislatura avviare delle riforme di ampio respiro. Consideriamo anche che in tempi brevi ci sarà la necessità di rinnovare il Csm. Bisognerà vedere con quali regole, verosimilmente con quelle attuali oppure con una nuova legge elettorale di cui però non si intravedono gli orizzonti, tranne qualche indicazione orientata da parte di Anm di introdurre i criteri di proporzionalità per le toghe.

Secondo lei da oggi in poi la politica sarà ancora soccombente alla magistratura in tema di riforme?

Temo di sì, soprattutto quando sul piatto saranno posti i rapporti tra processo penale e criminalità organizzata, come già accaduto negli ultimi periodi su iniziativa della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, con possibili ricadute sulle altre vicende processuali tipo quelle in materia di criminalità economica. Mi riferisco alla norma sugli smartphone e a quella sul trojan.

Professore però se c’è una maggioranza forte in Parlamento cosa vieta di portare a compimento delle riforme? Il timore di non venire rieletti? La convenienza pesa più della convinzione? O secondo lei l’unico timore è che la magistratura possa vendicarsi con inchieste mirate?

Non credo che la magistratura stia lì in attesa di vendette. Il problema è politico. Certe riforme avrebbero dovute essere approvate prima del referendum. Adesso, con la battaglia del Sì persa, occorre cautela in vista del rinnovo del Parlamento nel 2027.

Se lei dovesse suggerire al legislatore una riforma cosa consiglierebbe?

Ripeto, i problemi sono molti. Io ritengo comunque che quello delle carceri debba in qualche modo essere affrontato. Sarà comunque difficile attuare una separazione delle carriere con legge ordinaria, anche se proprio all’interno della magistratura durante questa campagna si è ripetuto che non fosse quello il problema ma gli altri punti della riforma. Si è parlato addirittura di una metabolizzazione da parte della magistratura della separazione. Credo, comunque, che ormai le lancette dell’orologio non possano tornare indietro, mettendo di nuovo mano alla Cartabia per eliminare del tutto i passaggi di funzione tra giudice e pm e viceversa. Certamente invece sorteggio e Alta corte disciplinare possono essere archiviate. Ciò non esclude, come già anticipato, che il problema della modalità di composizione dell'organo di governo autonomo resti sul tavolo, in quanto correntismo e collateralismo per la scelta dei membri del Csm sono questioni non superate.

Ma sul piano processuale?

La riforma costituzionale avrebbe potuto avere anche delle conseguenze sul piano processuale seppur indirettamente perché il codice di rito non veniva toccato. Ma problemi di riforma del processo penale indubbiamente si porranno adesso. Il problema è sempre quello: efficienza e garanzie o garanzie ed efficienza? L’ordine dei due termini non è neutro.

In che senso?

Una sentenza della Corte Costituzionale (la 111 del 2022) aveva riconosciuto che il rapporto è quello fra garanzie ed efficienza, non efficienza e garanzie, altrimenti la prima diventa, come dire, dominante rispetto alle seconde. Non si può prescindere dalle garanzie e sotto questo profilo ci possono essere degli spazi di manovra in un processo penale ormai a trazione anteriore.

Come?

Recuperando garanzie nella fase delle indagini, superando quei rapporti di vischiosità fra pm e giudici che si sono più volte evidenziati. Si può ipotizzare un sistema di natura bifasica, cioè una fase delle indagini preliminari tutelata secondo le logiche costituzionali, che si chiude con un eventuale rinvio a giudizio. Bisognerà operare poi sul dibattimento, recuperando le garanzie di un vero confronto, di un contraddittorio che rispetti le regole che sono proprio di una cross examination.

Andrà tutto liscio?

Non credo. C'è il tentativo, già emerso nei lavori della Commissione Mura, di modificare la disciplina delle impugnazioni e soprattutto dell’appello in chiave restrittiva. Peraltro in parte già realizzato con la disciplina post Covid. Quello che non può essere assolutamente accettato, perché neppure il fascismo ci riuscì, è l’eliminazione del divieto della reformatio in peius.

Alcuni magistrati infatti me lo hanno sussurrato che vorrebbero abolire quel divieto in cambio di aperture sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione.

Non avevo dubbi che stavano già pensando a questo. Staremo a vedere ma su determinati aspetti non si torna indietro.