Di certo tra chi si batte per la separazione delle carriere, l’avvocatura è sempre stata ai primi posti. Il risultato del referendum è in bilico, e perciò dal mondo forense affiora il timore che un’eventuale vittoria del No squilibri ancora di più il processo. «Io prenderei a esempio proprio la struttura del processo, per spiegare la necessità della riforma», spiega Francesco Greco, che degli avvocati italiani è il presidente, «innanzitutto perché nel penale, oggi, le possibilità di difesa, nella fase preliminare, sono compromesse, ed è dunque indispensabile che il giudice sia più forte e libero, in grado di bilanciare davvero il potere del pm. Inoltre, proprio dalla giurisdizione arriva l’esempio che sdogana chiaramente il sorteggio». Il presidente del Cnf si riferisce, naturalmente, al criterio previsto dalla riforma per la scelta dei consiglieri superiori: «Se è un meccanismo affidato alla sorte, a determinare il pubblico ministero che si occuperà di un illecito o il giudice di una determinata causa, perché non può essere l’estrazione a sorte, a definire la composizione del giudice disciplinare per la magistratura?».
E quindi, presidente Greco, è lo squilibrio nel processo penale a spiegare la necessità della riforma?
Chi non è si è mai trovato al centro di una vicenda processuale neppure immagina l’impossibilità, per l’avvocato di assicurare un’effettiva difesa al proprio assistito nella fase preliminare. Il cittadino si trova, durante le indagini, in una condizione di subalternità assoluta. Eppure il modello accusatorio imporrebbe che tutto si svolga nel contraddittorio fra le parti. Ma non è così: ora tutto ciò che il pubblico ministero raccoglie nella fase in cui l’avvocato non tocca palla, diventa materia del processo. E il giudice delle indagini preliminari, ora, non ha sufficiente autonomia nel bilanciare quel potere. È una situazione patologica, e andrebbe cambiata.
Con la riforma si avrà un gip in grado di riequilibrare il peso del pm?
Assolutamente sì. E il condizionamento che la magistratura requirente esercita sui giudicanti, nel sistema attuale, raggiunge il paradosso più estremo nei Consigli giudiziari, dove a votare sulla professionalità e sulle aspirazioni di carriera di un giudice può essere il pm che da quel giudice si è visto respingere una richiesta di misura cautelare.
Un paradosso che la riforma Cartabia non ha risolto.
No. Ci si era impuntati persino sulla proposta di estendere all’avvocatura il diritto di votare, nei Consigli giudiziari, sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Non è il caso, mi si obiettò da parte della magistratura, perché l’avvocato potrebbe rivalersi su un pm che ha ottenuto il rinvio a giudizio di un suo assistito o su un giudice che in un processo, anche civile, gli ha dato torto.
E invece il problema tra pm e giudici non esiste...
È esattamente quanto obiettai. Ma aggiunsi: facciamo in modo che il voto sia coerente con la valutazione non del singolo avvocato ma di un organo collegiale, il Consiglio dell’Ordine.
E così in effetti è avvenuto.
Considerato che, per la magistratura, la commistione nei Consigli giudiziari non è stata affatto risolta, credo che uno dei primi nodi da sciogliere, nell’eventuale fase delle norme attuative, in caso di vittoria del Sì, riguardi lo sdoppiamento degli stessi Consigli giudiziari.
Nella campagna referendaria il Cnf ha scelto di non schierarsi come istituzione, ma anche di lasciare a ciascun singolo componente il diritto di esprimersi sul piano personale. Cosa risponde a chi critica tale soluzione?
Il Csm ha preso una posizione chiara, netta, contro la riforma. Dicono: è la legge a prevedere che il Csm esprima pareri sulle proposte di legge in materia di giustizia. Ma intanto anche il Consiglio nazionale forense, è opportuno ricordarlo, è consulente del guardasigilli sulla produzione normativa. Ciononostante, noi abbiamo scelto di autolimitarci, come istituzione. E lo abbiamo fatto a fronte di presidenti di Corte d’appello e procuratori generali che, nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario, hanno tenuto veri e propri comizi contro la riforma. Qualcuno ha intimato ai capi degli uffici giudiziari di avere riguardo per il parere dei non pochi magistrati favorevoli alla separazione delle carriere? Non mi pare. Noi abbiamo lasciato al singolo componente del Cnf la possibilità di esprimere il proprio giudizio perché altrimenti l’autolimitazione relativa al piano collegiale si sarebbe snaturata in un’autocensura.
D’altronde le norme disciplinari sui magistrati vietano la militanza politica, non il diritto a esprimere idee.
Dopo 39 anni di professione, potrò dire cosa penso di una riforma. Così come potranno pur dirlo tutti gli altri consiglieri. L’attuale plenum del Cnf è composto da avvocati abituati a frequentare davvero le udienze, a misurarsi con le difficoltà del processo. Consapevoli, dunque, dello squilibrio che l’attuale assetto determina.
L’Anm invece ha condotto una battaglia politica nel vero senso del termine.
È gravissimo. Intanto, va ricordato che se l’avvocato si sbilancia su un’opzione politica, il cliente può scegliere di farsi difendere da un altro professionista. Ma il giudice non te lo scegli. Come non puoi scegliere il pubblico ministero che eventualmente svolge indagini a tuo carico. Il magistrato è quello che il sistema, con il suo meccanismo casuale, ti assegna. E attenzione: è un principio del tutto analogo al sorteggio previsto, dalla riforma costituzionale, per i componenti del Csm.
L’analogia dunque non riguarda solo alcuni particolari tipi di giudizio.
No, non riguarda solo la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato o l’individuazione dei giudici chiamati a comporre il Tribunale dei ministri. Riguarda qualsiasi processo, per qualsiasi cittadino. Potremmo considerare il caso come il principio cardine dell’organizzazione giudiziaria. Il che rimanda al più evidente dei paradossi.
A cosa si riferisce?
Al criterio con cui è composta la sezione disciplinare del Csm, che invece non è affatto casuale. C’è una rigorosa proporzione, c’è un costante equilibrio nella rappresentanza fra le correnti, nel disciplinare come in tutte le commissioni del Csm attuale. Insomma, il cittadino si trova di fronte a un giudice o a un pm scelti, per lui, dal caso. Questo principio vale per tutti tranne che per i magistrati. Il sorteggio non fa altro che estendere anche al disciplinare dei magistrati un criterio che vale per tutti noi.
Perché nella magistratura si è fatta strada la pretesa che il Csm assuma un peso da contraltare della politica, e che abbia dunque una rappresentanza politica per correnti?
Io posso solo dire che tale pretesa confligge con i principi della democrazia. In questi giorni ho letto il libro di Cassese su Il potere dei giudici. Vi si ricorda che secondo Montesquieu, i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, si reggono su una verifica periodica. Ed è così per il parlamentare chiamato a rispondere agli elettori, come per il vincolo che lega esecutivo e legislativo. Nel caso delle correnti che controllano la magistratura, si assiste invece a un potere autoreferenziale estraneo a qualsiasi controllo, che si cristallizza. E che dunque determina uno squilibrio, a danno degli altri due poteri.
Ma il sorteggio dei laici sarà temperato, diversamente dall’estrazione a sorte prevista per i togati.
In caso di conferma referendaria della riforma, ad assicurare l’equilibrio dovranno provvedere norme attuative semplicemente coerenti con la Costituzione. Quando il Parlamento elegge in seduta comune componenti di altri organi, viene richiesta una maggioranza qualificata. Se non fosse così per i due futuri Csm, e se il numero dei sorteggiabili rendesse non più effettivo il sorteggio della componente laica, sarei il primo a lasciare il tavolo della riforma.
Cosa risponde all’invito che la premier, nell’intervista dei giorni scorsi al Dubbio, ha rivolto a magistratura e avvocatura per il dopo referendum?
Rispondo positivamente, ma ribadisco che ogni aspetto delle norme attuative dovrà essere coerente con l’autonomia e l’indipendenza della magistratura affermate dal nuovo articolo 104. Se non avvenisse, lascerei il tavolo e sarei il primo a mobilitarmi. Perché se il magistrato non è davvero autonomo, non esiste più neppure la funzione dell’avvocato.