Giovedì 19 Marzo 2026

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L'intervista

Pastori: «La guerra all’Iran per il mondo MAGA è un tradimento»

Nella guerra in Iran cresce lo scontro politico tra Washington e gli alleati europei. Pastori: «Gli Usa chiedono più impegno ma non concedono più potere decisionale»

19 Marzo 2026, 09:25

«In un anno Trump ha cambiato gli Usa in una monarchia»

Pastori

Nella guerra in Iran, Donald Trump pretende che le azioni di Washington ricevano totale adesione da parte degli alleati europei e dei Paesi della Nato. Chi non si allinea è destinato ad attirarsi le ire e le antipatie del presidente degli Stati Uniti.

Una situazione che sta provocando non poche tensioni lontano dagli scenari del conflitto. «La difficoltà di trovare, ma anche solo di cercare un punto di equilibrio tra interessi divergenti, credo sia oggi il grande problema dei rapporti tra Europa e Stati Uniti», evidenzia Gianluca Pastori, professore di Storia delle Relazioni politiche tra Nord America ed Europa nell’Università Cattolica di Milano.

L’accademico è anche esperto di Relazioni transatlantiche dell’Ispi.

Professor Pastori, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa è sempre più teso. Trump pretende dal “Vecchio continente” solo fedeltà?

«Sostanzialmente sì. Donald Trump sembra interpretare i rapporti tra gli Stati esattamente come i rapporti interpersonali. Il presidente degli Stati Uniti è un po' l’amministratore delegato di questa grande società che è l’Occidente o, se vogliano, la comunità atlantica. All'amministratore delegato i dipendenti, compresi quelli di alto livello, devono anche obbedienza. Fuori dalla visione trumpiana, però, gli alleati non sono dipendenti degli Stati Uniti, in quanto le alleanze si basano sulla condivisione degli interessi e, soprattutto, sulla capacità di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi di tutti quanti, che possono anche essere divergenti. Mi sembra che proprio la difficoltà di trovare, ma anche solo di cercare questo punto di equilibrio fra interessi divergenti, sia oggi il grande problema dei rapporti Europa-Stati Uniti».

Trump ha mostrato delusione verso la Nato in merito ad un’operazione congiunta per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ha considerato la mancanza di collaborazione come un atteggiamento poco leale. C’è sempre una tendenza del tycoon a distinguere tra «buoni» e «cattivi»?

«Il comportamento di Trump sembra essere umorale. In realtà ha una logica di fondo, a mio modo di vedere. La Nato è il sistema attraverso cui gli Stati Uniti riescono a contenere o distribuire le spese del loro ruolo internazionale. Sotto un certo punto di vista, il ragionamento di Trump non è completamente sbagliato. All’interno dell’Alleanza Atlantica gli Stati Uniti sopportano un peso considerevole per quanto riguarda i costi della produzione della sicurezza comune. Non il costo schiacciante che Trump continua a raccontare, ma comunque un costo significativo. Le cose stanno cambiando negli ultimi anni, però l’idea di fondo è grossomodo questa. Quindi, la richiesta di un maggiore impegno da parte degli alleati europei non è completamente infondata. Ma a tal riguardo sorgono due questioni».

Quali?

«La prima riguarda i toni, che sono forse l’aspetto più evidente e più problematico dell’atteggiamento di Donald Trump. Tra alleati tendenzialmente ci si dovrebbe parlare, non si dovrebbe imporre la propria posizione. La seconda questione riguarda l’entità dell’impegno che si mette in campo. A un maggior impegno di risorse da parte degli alleati europei, dovrebbe corrispondere comunque anche un maggiore potere decisionale. E questo è da un lato un problema tradizionale nei rapporti Europa-Stati Uniti, dall’altro è un problema particolarmente evidente con Donald Trump. La posizione del presidente degli Stati Uniti sembra essere quella di chiedere agli europei un impegno crescente, ma in cambio di un potere decisionale che rimane limitato».

In questo scenario stanno emergendo pure gli attriti tra Stati Uniti e Regno Unito con i primi sempre più critici verso Londra. Trump ha detto che il premier britannico Starmer «non è Churchill». Una critica che maschera un’offesa?

«C’è sicuramente una critica, anche perché la figura di Churchill nel ragionamento di Trump è molto mitizzata. Il Churchill che vorrebbe presentare Trump è allineato sulla posizione statunitense, cosa che a ben vedere storicamente non è neanche tanto vera, nel senso che i rapporti tra Stati Uniti e Gran Bretagna, nelle varie epoche in cui Churchill è stato primo ministro, non sono stati sempre rose e fiori. Nell’attualità la frase di Trump sicuramente contiene un giudizio critico, che potrebbe valere nei confronti dell'Europa nel suo complesso. Questa Europa sia intesa come Unione europea che come singoli Paesi non piace agli Stati Uniti e allo stesso Donald Trump per tanti motivi, pratici e ideologici. Trump l’ha detto abbastanza chiaramente a Davos, J.D. Vance lo ha detto invece molto chiaramente l’anno scorso alla Conferenza di Monaco. Questa Europa ha preso una strada che non va bene: è il cuore del messaggio che viene sempre ribadito».

Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, Joe Kent, ha affermato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti e si è dimesso. Questo episodio avrà ripercussioni per l’amministrazione Trump?

«Secondo me, si tratta di un episodio che dovremmo guardare con attenzione, perché stiamo parlando delle dimissioni di un personaggio da sempre molto legato al movimento MAGA. L’addio di Kent è il segnale delle difficoltà e delle tensioni presenti nell’elettorato di Trump. La vicenda iraniana sembra confermare agli occhi di chi sostiene il movimento MAGA che la politica del presidente statunitense ha preso una torsione “sbagliata”. Le iniziative di Trump, che va in giro a fare la guerra all’Iran, prima ancora al Venezuela e con le questioni di Cuba e dell’Ucraina aperte, sono viste dalla base MAGA come un tradimento del messaggio con cui era arrivato alla Casa Bianca. Le elezioni di midterm del prossimo autunno saranno pertanto un test importante per l'amministrazione Trump».