L'intervista
FRANCESCO PAOLO SISTO VICE MINISTRO GIUSTIZIA
Francesco Paolo Sisto va al ritmo di cinque eventi al giorno, tra web e presenza fisica. Ma pure in Parlamento, da viceministro della Giustizia, presidia i lavori di commissioni e aule con un certo inavvertito stakanovismo. E perciò tra le altre cose ricorda bene che già nel 2023, in commissione Affari costituzionali alla Camera, centrodestra, Azione e Italia viva concordarono un testo di massima sulla separazione delle carriere dal quale, udite udite, decisero di escludere il controllo indiretto dell’Esecutivo sui pm. «Diciamola bene: nella proposta di legge originaria, presentata dall’Unione Camere penali, era previsto anche il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Quel testo era stato condiviso, inizialmente, da diversi parlamentari, e prevedeva che l’azione penale fosse esercitata dal pm nei modi stabiliti dalla legge, quindi secondo le indicazioni del Parlamento. Ora, considerato che, nel disegno di legge costituzionale presentato dal governo, il superamento dell’obbligatorietà non c’è, mi dite com’è possibile che la riforma determini la subordinazione del pm all’Esecutivo? Come si fa a sottoporre il pm alla politica se l’azione penale resta obbligatoria? È una mission impossible».
Verrebbe da dire che la campagna per il No si è ispirata a una logica populista contestata, in altre sfide elettorali, alla destra.
Abbiamo assistito a una vera e propria ossessione comunicativa, in questi mesi, da parte di chi si oppone alla riforma. Pur di mettere in cattiva luce la modifica costituzionale, in molti hanno mandato la professionalità al macero. Si sono rifugiati nella fallacia dello spaventapasseri: prima deformano il pensiero dell’avversario e poi lo contestano. Tutto da soli.
Si riferisce sempre alla teoria del pm sottoposto all’Esecutivo?
Inventata. Come scorretto è il gioco del lupo cattivo: se voti la riforma arriva il lupo, appunto, cioè il fascismo, il trumpismo, l’apocalisse. Tutto pur di evitare che i cittadini comprendessero i contenuti della riforma. Ma non è la prodezza più estrema.
Che intende dire?
Che in un recente dibattito sulla riforma ho sentito un mio autorevole interlocutore rivolgere il seguente discorso a una platea di studenti: “Voi dovete immaginare quello che questi immaginano di fare tra dieci anni”. Testuale.
Lei come si è difeso?
C’è solo una cosa da dire ai cittadini: che questa riforma è nel loro interesse. Altro che scudo per i politici. Alla controparte, e a chi pensa di votare No, aggiungo: vi piace il pm parente del giudice? Vi piace che le nomine al vertice di Tribunali e Procure siano determinate dall’appartenenza correntizia anziché dal puro merito del singolo magistrato?
Si è parlato poco del beneficio che i risvolti meritocratici della riforma produrrebbero anche sulla giustizia civile.
Non ho mai smesso di dire che se il sudoku delle nomine correntizie rifila il giudice sbagliato, il danno è per i cittadini. E naturalmente anche per i magistrati di buona volontà, impegnati solo a far valere le proprie qualità professionali e non la collateralità a una corrente. Mi riferisco a quella magistratura guidata dai valori che il presidente Mattarella evoca da anni, e da ultimo al recente incontro con i magistrati in tirocinio: chi veste la toga, ha ribadito il Capo dello Stato, deve suscitare fiducia nel cittadino anche per la propria postura extra-professionale. E invece abbiamo assistito a pm che hanno fatto propaganda, reclamato il voto contro la riforma, negli stessi territori in cui perseguono i reati…
Come si spiega una così radicale ostilità dell’Anm e di una parte della politica alle carriere separate?
Ho l’impressione che alla radice di tutto vi sia la lesa maestà: al di là delle motivazioni politiche e corporative più immediate, c’è un rifiuto dell’idea stessa che la politica possa permettersi di riformare la magistratura.
Di certo Anm e partiti d’opposizione hanno marciato divisi ma hanno colpito uniti con una certa efficacia, anche se con armi scorrette.
Con una comune falsità ideologica e materiale: gli uni in nome di un corporativismo di retroguardia e gli altri in una logica antigovernativa. E anche con una componente di scarsa tolleranza nei confronti dei meccanismi democratici. Della serie: visto che la riforma della magistratura viene dal centrodestra, non ha da passare.
Vi accusano di aver blindato il testo.
Ci si dimentica di una prima lunga fase del percorso in cui, di separazione delle carriere, si è discusso per oltre due anni in commissione, con decine di audizioni. E ci si dimentica di quel testo base di massima che era stato concordato dalla maggioranza con Azione e Italia viva: la proposta dell’Ucpi ma senza la modifica del 112. Poi è chiaro che di fronte agli emendamenti proposti al ddl Nordio, tutti rivolti a seppellire di fatto la riforma, il dialogo è stato impossibile, e siamo andati avanti. Ciò detto, vorrei sommessamente ricordare che la legge ora sottoposta a referendum è stata approvata non solo dalla maggioranza ma anche da Azione e da una parte di +Europa, con l’astensione di Italia Viva. Non è una riforma governativa, è una riforma parlamentare. È oggettivamente così.
Quanto è stato difficile promuovere, in questa campagna, una riforma garantista presso un elettorato che, anche a destra, tanto garantista non è?
Assai meno del previsto. È bastato dire che questa modifica costituzionale serve a tutelare il cittadino e il magistrato non correntizzato. A fronte di queste verità molto semplici, qualsiasi esitazione viene meno. D’altra parte c’è la vicenda di Palamara che parla da sola.
Una sorta di pentito.
Un collaboratore di giustizia atipico. Come accade nei processi, alcuni collaboratori assumono un’attendibilità che prescinde dalle loro responsabilità.
Il Sì fa i conti anche con la sottigliezza di alcuni aspetti della correntocrazia: come si fa a spiegare che, senza il sorteggio, i pm, egemoni nell’Anm, avrebbero continuato a condizionare anche l’elezione dei togati giudici, persino nei due Csm separati?
E infatti è un discorso troppo sofisticato. Basta dire che dal 2017 anche le commissioni per il concorso in magistratura sono sorteggiate, e per scelta proprio del Csm. Paradossale.
Come immagina i rapporti fra politica e magistratura dopo il referendum?
Assistiamo a una mobilitazione politica dell’Anm, della magistratura correntizzata, di talune Procure. Non possiamo dire quali macerie ci troveremo davanti, dopo il voto. Le avremmo scongiurate se l’associazionismo giudiziario avesse ascoltato il richiamo, reiterato, del Presidente della Repubblica ai profili valoriali dell’essere magistrato. C’è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se l’Anm avesse evitato di costituire un comitato. A partire dal 2000, i comitati sono riconosciuti come soggetti politici, tanto da essere assoggettati alla par condicio.
Voi di FI non avete evocato tanto spesso Berlusconi, in questa battaglia per il Sì. Si può dire che, con la sua scomparsa, si è dissolta l’assonanza fra riforme garantiste e leggi ad personam? E cioè, che la separazione delle carriere è diventata meno impraticabile?
Non la penso così. La separazione delle carriere parte da lontano, e cioè da un’epoca che precede di molto l’esperienza politica di Silvio Berlusconi: parte da Mario Pagano, da Matteotti, Calamandrei, Terracini, Bissolati, Moro, Falcone, che disse “il pm non deve essere un para-giudice”, e poi Barbera, Cassese, Baldassarre. Non è una riforma politica né partitica. Rientra in una visione liberale della democrazia, tant’è che tra i padri di questa filosofia della separazione ci sono persone provenienti da storie politiche molto diverse. Berlusconi, semplicemente, ha raccolto questa indicazione autorevole e l’ha resa testimonianza. Siamo consapevoli di esserci fatti carico di una grande missione , storica. E consegniamo agli italiani l’opportunità di avere un pm non più amico del giudice, un Csm non più controllato dalle correnti, un magistrato che fa carriera per quello che è e non per la corrente a cui appartiene, un’Alta Corte che responsabilizza maggiormente il magistrato. Chi vota Sì decide di porre fine a queste storture, e di assicurare un efficace rimedio a situazioni davvero gravi e intollerabili.