Martedì 17 Marzo 2026

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«La guerra all’Iran ha aperto una ferita tra gli Usa e la Nato»

Claudio Bertolotti, docente e ricercatore Ispi: «Washington sta pretendendo solidarietà operativa ma molti Paesi europei stanno concedendo, e non è poco, una solidarietà politica»

17 Marzo 2026, 19:05

19:21

«La guerra all’Iran ha aperto una ferita tra gli Usa e la Nato»

La guerra in Medio Oriente prosegue e ogni giorno dispiega i suoi effetti destabilizzanti in tutto il pianeta, in particolare nell’emisfero occidentale. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha ricordato al mondo come una crisi regionale possa intaccare l’intera sistema commerciale globale. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, forse sorpreso dalla forze della risposta del regime di Teheran, ha iniziato a fare pressione sui membri dell’alleanza Atlantica e sugli alleati asiatici perché intervengano al fianco degli Stati Uniti per vincere il blocco iraniano e ristabilire il flusso di merci attraverso lo Stretto.

Nonostante Trump abbia minacciato «gravi conseguenze» per la Nato in caso di rifiuto, Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna e altri membri europei, e non, dell’Alleanza hanno risposto picche. In particolare l’Italia è al lavoro «per una de-escalation, cioè per fare in modo che la guerra possa terminare e possa tornare la diplomazia» ha dichiarato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un’intervista a Rete4, «quello che noi possiamo fare adesso è rafforzare la missione Aspides, quindi parliamo del Mar Rosso. Sullo Stretto di Hormuz, chiaramente è più impegnativo, perché intervenire vorrebbe dire fare oggettivamente un passo avanti verso il coinvolgimento». Ne parliamo con Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight ricercatore presso il Cemres e ricercatore associato all’Ispi.

Le minacce di Trump, tenendo conto anche delle frizioni che sono emerse nel corso dell’ultimo anno all’interno dell’Alleanza, potrebbero essere un segnale che la Nato si trova ad un punto di rottura?

«A mio avviso al di là delle intemperanze e dalle forti affermazioni, spesso umorali, di Trump, la Nato non è a un punto di rottura formale ma si trova certamente in uno dei passaggi più critici degli ultimi anni sul piano della coesione politico strategica. E il motivo è semplice: Trump ha chiesto agli alleati di entrare in un teatro operativo che non è stato definito né come missione Nato, né come missione coperta dall’art.5, e in questo diversi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Germania e Regno Unito, hanno risposto che questa guerra non rientra negli obblighi dell’Alleanza. Berlino in particolare ha chiarito che non esiste un mandato delle Nazioni Unite, del Consiglio di sicurezza dell’Unione Europea o della stessa Alleanza atlantica, che ribadisce che art. 5 riguarda la difesa collettiva in caso di attacco a un alleato e non la partecipazione automatica a una guerra scelta politicamente da alcuni membri dell’Alleanza, in questo caso gli Stati Uniti. Il punto dunque non è la dissoluzione o l’indebolimento dell’Alleanza ma la divergenza sulla definizione della minaccia e sugli interessi prioritari. Washington sta pretendendo solidarietà operativa ma molti Paesi europei stanno concedendo, e non è poco, una solidarietà politica, seppur limitata. La frattura è di fatto tra l’Alleanza difensiva e la richiesta di coalizione ad hoc, finché gli Alleati condividono la deterrenza nei confronti della Russia di fatto la Nato tiene, è forte è unita, quando però si chiede all’Europa di farsi coinvolgere in una guerra nel Golfo senza una consultazione preventiva. Di fatto emergono le differenze di visione, percezione, legalità e convenienza strategica. Non è dunque una rottura ma è certamente un indebolimento, una ferita della fiducia transatlantica».

La guerra all’Iran è diretta in concerto tra Stati Uniti e Israele o è lo Stato ebraico a guidare il conflitto?

«La lettura più solida è che si tratti di guerra in concerto tra Stati uniti e Israele ma con una forte impronta politico operativa israeliana sul piano delle iniziative. Allo stesso tempo Israele appare come il soggetto che è in grado di imporre ritmo profondità, selezione dei bersagli ed è quel soggetto che rivendica l’eliminazione di figure chiave iraniane e programma ulteriori settimane di operazioni contro installazioni missilistiche e nucleari della Repubblica islamica. Gli Stati Uniti garantiscono la massa critica strategica a cui si associa la copertura politico miliare e capacità di proiezione e pressione su Hormuz. Israele dal canto suo guida la logica della campagna, cioè la trasformazione del conflitto da iniziale contenimento dell’Iran e gestione della minaccia iraniana a degradazione sistemica del suo apparato di comando, controllo, deterrenza e di influenza regionale. Questa è una distinzione essenziale, perchè non siamo di fronte ad un’azione israeliana con un intervento marginale degli Usa ma non siamo nemmeno di fronte a una guerra che sia interamente guidata da Washington. È di fatto guerra i coordinazione asimmetrica».

I Paesi del Golfo potrebbero assumere il ruolo di parti attive nella guerra in corso?

«Al momento tendenza è che attori restino in postura difensiva pur favorendo in privato un ridimensionamento deciso dell’Iran. Stati del Golfo stanno facendo pressioni su Usa perché neutralizzino minaccia iraniana senza esporsi direttamente in un guerra aprta e la ragione di questa postura è duplice: da un lato temono rappresaglie militari su proprie infrastrutture energetiche e urbane e dall’altro sanno che coinvolgimento esplicito potrebbe dare via a tensioni interne concretizzare una polarizzazione politica a cui sarebbe associata una vulnerabilità economica che indebolirebbe e renderebbe estremamente fragili i piani della sicurezza, del commercio e dell’energia. In sostanza il loro interesse è vedere indebolito l’Iran senza apparire come corresponsabili o coautori del suo indebolimento».

Quale potrebbe essere, se c’è, una probabile via d’uscita?

«Una via d’uscita esiste ma non passa da una vittoria piena di una delle parti. La soluzione più realistica è un’uscita negoziata, imperfetta, costruita attorno a tre elementi: la cessazione dell’escalation militare; l’apertura o la gestione concordata dello Stretto di Hormuz; una formula politica che consenta a tutti di rivendicare qualcosa senza sembrare sconfitti. La prospettiva statunitense, che rappresenta lo scenario più auspicabile, è l’opzione di vedere nella leadership dei Pasdaran, non quella attuale ma quella che emergerà dall’eliminazione dei soggetti più radicali e ostili alle posizioni israeliane e statunitensi, che aprano a una forma di collaborazione e ridimensionamento dell’ambizione politica iraniana a livello regionale e possano avviare un processo di stabilizzazione regionale che non veda contrapposti Israele e Iran e Iran e Arabia Saudita - prosegue Bertolotti - La vera difficoltà è che gli obiettivi dei contendenti non coincidono. I Paesi europei vogliono fermare la guerra e mettere in sicurezza i settori e i transiti energetici e commerciali, gli stati Uniti vogliono evitare di apparire impantanati, Israele punta a una degradazione durevole della capacità iraniana e l’Iran vuole invece sopravvivere come regime e dimostrare di poter ancora colpire e negoziare da una posizione di forza. Senonché dalla guerra dei 12 giorni, o dal 7 ottobre 2023 in poi, l’Iran ha perso molta della sua capacità di proiezione e influenza regionale, perché il cosiddetto asse della resistenza ha dimostrato di non avere una vera e propria consistenza, essendo stati i suoi componenti danneggiati e pesantemente indeboliti dall’azione israeliana. La via d’uscita quindi difficilmente sarà una pace. Potrebbe essere un congelamento del conflitto, una tregua armata, intese indirette, garanzie marittime scambio concessioni e rinvio scontro politico di fondo. se una delle parti insisterà sul regime change o della resa totale allora la guerra tenderà a prolungarsi e ad estendersi ancora di più a livello regionale, coinvolgendo anche quegli attori che non sono direttamente coinvolti. Quando parliamo di regime change non bisogna per forza pensare a totale cambio di regime, l’opzione più auspicabile potrebbe essere quella dell’esautorazione degli ayatollah, l’esclusione della componente ideologica e la possibilità di trovare interlocutori autorevoli nella nuova generazione di Pasdaran».