L'intervista
DEBORA SERRACCHIANI POLITICO
Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Partito democratico, secondo gli ultimi sondaggi una fetta di elettori del Pd sarebbe pronta a votare Sì. La preoccupa e cosa direbbe loro?
Secondo quelle rilevazioni parliamo di meno del 5%. Ma più che affidarmi ai sondaggi, posso dire quello che ho visto in questa campagna referendaria. Ho visto un Partito Democratico mobilitato come non era da tempo a tutti i livelli, centinaia e centinaia di incontri in tutti i territori, banchetti, porta a porta, iniziative per il NO, confronti, eventi di formazione on line. Una partecipazione autentica, sentita. Noi non ci siamo risparmiati ed io non posso che ringraziare tutte e tutti, a partire dalla segretaria nazionale, per l’impegno straordinario che abbiamo dedicato a questa campagna elettorale.
I riformisti del Sì accusano il Pd di non aver fatto propria una riforma garantista, che era nel Dna del Pd. Come replica?
E’ un grande equivoco. Qui di garantista c’è solo il racconto di Nordio. È una modifica nata male, calata dall’alto con una forzatura del governo, che non ha lasciato alcuno spazio al dibattito parlamentare. Ed è sbagliata nel merito, senza alcuna matrice nel riformismo. La creazione di un CSM di soli requirenti rafforzerà i pubblici ministeri, con buona pace dei garantisti. La creazione di un’Alta corte con finalità punitive finirà per indebolire i giudici, con buona pace degli avvocati. Una gigantesca eterogenesi dei fini e, infatti, sempre più avvocati cambiano idea. Sanno bene che se si indebolisce la magistratura si finisce per indebolire l’avvocatura.
Il vostro No è solo un No contro Meloni (come Goffredo Bettini) o un no anche nel merito? E perché?
Il nostro è un No nel merito. A cominciare da un obbrobrio come il sorteggio con cui i magistrati dovrebbero scegliere i loro rappresentanti, o dall’invenzione di una Alta corte dai contorni ancora indefiniti. Le valutazioni politiche sono strettamente legate alle considerazioni di merito. Non può essere altrimenti per una riforma che va deliberatamente a scontrarsi con la Costituzione e che, come dichiarano a chiare lettere pezzi del Governo, separa le magistrature per ridimensionare i poteri di controllo dell’esecutivo.
Meloni ha detto: col nuovo sistema il magistrato «dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo» e «molto più difficilmente potrà fare carriera» «rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica». Che ne pensa?
Che mi piacerebbe si alzasse forte la voce degli avvocati che ogni giorno lavorano in uffici giudiziari spesso inadeguati e con poco personale, che difendono gli ultimi e i più fragili, quelli a cui qualcuno non vorrebbe garantire neppure una difesa, che provano imbarazzo a sentir parlare in questo modo di vicende giudiziarie a cui hanno lavorato loro colleghi e che rumoreggiano nel sentir parlare il ministro Nordio del nuovo decreto sicurezza. E mi piacerebbe condannasse, come spesso ha fatto, quello che avviene nelle carceri, da ultimo a Casal del Marmo e negli istituti minorili, sovraffollati a causa del decreto Caivano.
Questa campagna è stata molto aspra. Qual è il punto più basso di quella del Sì?
Quando un ministro ha definito “paramafiosi” i magistrati del CSM e ha costretto per la prima volta in undici anni il Presidente della Repubblica a presiedere il plenum ordinario del CSM per chiedere rispetto e l’abbassamento dei toni. Non ha avuto la sensibilità istituzionale di dimettersi, in compenso la sua capo di Gabinetto ha fornito l’interpretazione autentica del suo ministro, invitando a votare SI per “togliere di mezzo la magistratura”.
Si rimprovera invece qualcosa rispetto alla vostra campagna?
Si può sempre fare meglio, ovvio. Ma penso che sia stato un grande sforzo collettivo e sono state risvegliate energie sopite nella società. Ogni giorno più cittadini dimostrano di aver capito la portata della riforma e si muovono per difendere lo spirito della Costituzione. Ho visto invece una campagna ingannevole quando dagli schermi della tv o dai social sono state gettate in pasto all’opinione pubblica certe pronunzie dei giudici fatte passare come decisioni frutto di arbitrio, accanimento o incapacità, prescindendo totalmente dall’esame delle motivazioni e dai dispositivi. Casi giudiziari sotto i riflettori sono piegati a riflettere surrettiziamente un’immagine negativa della magistratura, senza che tutto questo abbia nulla a che fare con la sedicente “riforma Nordio”.
La campagna è stata caratterizzata da diverse gaffe, arrivate soprattutto da magistrati. Vedasi Gratteri e Bartolozzi. Questo ci porta a dire che la politica deve rimanere prerogativa dei politici di mestiere?
Il ritegno nel confronto referendario è stato auspicato dal presidente Mattarella. Io a questo invito mi attengo. I politici di mestiere dovrebbero dare l’esempio, ma poi tra di loro c’è chi va dicendo che se la riforma sulla giustizia non passa “ci troveremo decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”. Questa è la presidente del Consiglio e questa mi sembra qualcosa di più di una gaffe.
Se vince il No quale futuro dovrebbe toccare al Governo e al Ministro Nordio?
Il destino di Nordio è un problema loro e se lo porteranno dietro fino alla fine della legislatura. A noi non interessano le sorti personali e Meloni ha già detto che non succederà nulla. Posso però dire che se vince il NO finalmente sarà ancora possibile occuparci di riformare la giustizia affrontando i veri problemi dal punto di vista processuale e strutturale.
Se vince il Sì invece sarà un problema per l’opposizione anche avvicinarsi alle elezioni del 2027?
Se vince il SÌ il prossimo impegno del Governo sarà occuparsi del premierato, come già stanno facendo con la legge elettorale. Ma questa campagna è stata fondamentale, ha unito partiti e società civile, ci ha permesso di riannodare fili che si erano spezzati e ci darà uno slancio forte per i prossimi impegni.