Sabato 14 Marzo 2026

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L'intervista

Di Liddo: «Il regime è ferito ma non morto, la campagna aerea non basterà»

Il direttore del CeSi interpreta l’allentamento americano sulle sanzioni al greggio russo come un segnale di cautela strategica davanti agli effetti economici del conflitto

14 Marzo 2026, 09:50

Di Liddo: «Il regime è ferito ma non morto, la campagna aerea non basterà»

MARCO DI LIDDO DIRETTORE CE SI CENTRO STUDI INTERNAZIONALI

Gli attacchi dell’Iran con i missili e con i droni su Israele e sui Paesi del Golfo proseguono. La quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale, ha indotto gli Stati Uniti a prendere una decisione inaspettata: allentare le sanzioni sull’oro nero nei confronti della Russia. Anche questo è un effetto del conflitto in corso, mentre Mojtaba Khamenei, a quanto pare ferito e sfigurato, promette vendetta. Ne abbiamo parlato con Marco Di Liddo, direttore del CeSi-Centro studi internazionali. «Gli Stati Uniti – dice al Dubbio Di Liddo - non hanno chiarezza strategica, non hanno chiarezza degli obiettivi da raggiungere e quindi devono offrire qualche elemento di sicurezza in più. Da qui l’affermazione di Trump, secondo il quale la guerra finirà presto».

Direttore di Liddo, l'allentamento delle sanzioni sulle vendite del petrolio russo, disposto dagli Stati Uniti, indica che Washington non esclude una exit strategy?

«Assolutamente sì. Gli Stati Uniti temono gli effetti economici globali del conflitto con l’Iran perché sono difficilmente calcolabili. In merito a tali effetti si ha soltanto la consapevolezza che saranno profondi e che possono incidere sulle tasche dei consumatori d’oltreoceano e sulle imprese americane in un anno delicato come quello elettorale. Per questo motivo bisogna pensare a un paracadute che stabilizzi i mercati, tranquillizzi gli alleati e riduca il rischio di intaccare a lungo le riserve strategiche. In questo contesto la soluzione salvacondotto russo per quanto politicamente vigoroso è quella che offre più garanzie».

Trump ha detto che la guerra finirà molto presto. È un eccesso di ottimismo?

«È un artificio narrativo che serve a dare sicurezza agli alleati e ai mercati. Donald Trump si è reso conto che la sua potenza comunicativa e gli effetti della guerra sono due fattori che influenzano l’agone internazionale e che i mercati reagiscono in maniera praticamente immediata sia alle sue dichiarazioni sia agli effetti che, ora dopo ora, si producono a livello regionale e globale. Le affermazioni del presidente statunitense hanno lo scopo di rassicurare sia il fronte interno che quello internazionale con un arco temporale entro il quale agire. In questo momento gli Stati Uniti non hanno chiarezza strategica, non hanno chiarezza degli obiettivi e quindi devono offrire qualche elemento di sicurezza in più. La frase “La guerra finirà presto” cerca di dare quelle tanto agognate sicurezze in più».

La nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha promesso di resistere e che la reazione iraniana sarà furibonda. Anche in questo caso, dall’altro lato, si ostenta sicurezza?

«Per l’Iran in questo momento è più facile adottare una narrativa massimalista perché stiamo parlando di un regime che ha nella componente propagandistica e ideologica due pilastri fondamentali del sistema di potere e, soprattutto, parliamo di un regime aggredito. Attingere ad un lessico di guerra, senza quartiere e di resistenza fino all’ultimo uomo, fa parte del vocabolario di base in questo tipo di situazioni. Il regime è consapevole di essere debole, ma di non essere morto e quindi buttarlo giù con una campagna aerea non sarà sufficiente. Al contrario, più resisterà più i costi economici saranno alti. Di conseguenza il fronte occidentale e il fronte americano saranno vulnerabili».

Mojtaba Khamenei è considerato più estremista del padre, è difficile che in Iran cambi qualcosa?

«In questo momento è quasi impossibile. L’ex Guida suprema, Khamenei padre, aveva già lavorato da mesi affinché le figure più radicali consolidassero il loro potere e quindi in caso di sua dipartita a prendere il potere non fosse né un riformista né una figura morbida, ma un uomo duro, un falco. Inoltre, quando un regime è sotto attacco, è difficile che a prendere il potere sia una persona moderata. Questo è l’ecosistema migliore in cui proliferano figure radicali e non figure moderate».

Teheran nel frattempo colpisce i Paesi del Golfo. È finito l'idillio tra la Repubblica Islamica e i suoi vicini di casa?

«In realtà, l'idillio non c’è mai stato. Abbiamo sempre assistito a una guerra fredda mediorientale, chiamiamola così. L'Iran punta a mettere in difficoltà il legame tra monarchie del Golfo, Israele e Stati Uniti, puntando su un dato empirico inequivocabile. Teheran cerca di dimostrare che in Medio Oriente le alleanze non sono tutte uguali, ma c’è un'alleanza cardinale, quella tra Washington e Tel Aviv, e altre alleanze meno importanti o meno prioritarie, come quelle tra Washington e i singoli Paesi del Golfo. L'obiettivo non è soltanto produrre danni materiali di breve o medio periodo, ma danni strategici di tipo politico nei rapporti tra le petromonarchie e la Casa Bianca».

Israele vuole chiudere una volta per sempre i conti con Hezbollah in Libano e con l’Iran. Ci riuscirà?

«L'intento è quello. Il Libano e l'Iran sono collegati, ma rappresentano due teatri diversi. In questo momento è molto più semplice, almeno teoricamente, liquidare Hezbollah o ridurlo in una condizione di semi-impotenza che far cadere il regime iraniano. La strategia israeliana prevede, tra le varie cose, l’azzeramento della minaccia militare, anche in previsione delle elezioni su cui Netanyahu punta tutta la sua carriera politica. Si aggiunga, poi, che Israele punta a far impantanare l’Iran in una guerra civile o in un conflitto interno, che crei le condizioni per una instabilità di lungo periodo. Quindi, un Iran sostanzialmente ripiegato su sé stesso e che debba pensare alla propria sopravvivenza».