Mercoledì 04 Marzo 2026

×

Medio Oriente

«Una volta caduto il regime islamista non ci sarà mai una guerra civile»

Intervista su Iran e Golfo: Abdolmohammadi critica l’Europa, descrive la partita globale e ipotizza un cambio di regime senza guerra civile.

04 Marzo 2026, 09:31

«Una volta caduto il regime islamista non ci sarà mai una guerra civile»

Abdolmohammadi

«È in corso «una guerra mondiale fatta di nascosto». Ne è convinto Pejman Abdolmohammadi, professore di Relazioni internazionali del Medio Oriente nell’Università di Trento e nella Berkeley University, autore del libro «Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo» (Amazon).

Professor Abdolmohammadi, le notizie che giungono dal Golfo non sono confortanti. L'attacco dell'Iran agli altri Paesi dell'area dimostra che la Repubblica islamica è definitivamente isolata?

«Proprio così. Sicuramente la Repubblica Islamica sta sparando le sue ultime cartucce e sta cercando, anche in maniera lucida, di portare instabilità nell’area. Siamo in una fase di totale incertezza. Il Golfo Persico vive un momento in cui non è possibile conoscere gli esiti dell’attacco avviato qualche giorno fa. Siamo in piena guerra nel vero senso della parola. E quindi ogni azione, ogni movimento, ogni sbaglio può determinare la sopravvivenza ancora precaria del regime o la sua caduta».

Quali notizie le giungono nel frattempo dall’Iran?

«La popolazione vive nella speranza ed è pronta a gioire per l’arrivo dei liberatori alleati americani e israeliani. È disposta al sacrificio, considerati gli attacchi in corso, ma l’intervento degli Stati Uniti e di Israele sta avvenendo in modo chirurgico. Credo che ci sarà un’alleanza sempre più forte tra la nazione iraniana, Trump e Israele contro il regime islamico, il sistema terroristico sciita e i sostenitori, nascosti e non, come i cinesi».

Ci saranno anche importanti operazioni militari di terra?

«Ancora no. Gli attacchi in corso cercheranno di indebolire pienamente il sistema dei pasdaran e dei basij, per poi indurre le forze armate vicine alla popolazione, insieme agli iraniani che stanno aspettando l’invito del leader del nuovo Iran, riconosciuto dal popolo, il figlio dello Shah, a scendere in piazza. In questa fase, però, occorre attendere l’esito degli attacchi avviati e se ci sarà davvero uno sbilanciamento tra le forze pro-regime e le forze anti-regime. Dopo, sarà possibile verificare la volontà degli iraniani e se, con il sostegno americano-israeliano, si potrà andare al referendum insieme al principe Pahlavi. Se la situazione appena indicata non dovesse realizzarsi, il sistema dei pasdaran, aiutato dai cinesi, dai russi, e da una parte del cosiddetto mondo globalista, invisibile ai più, potrebbe sopravvivere. È in corso una guerra, una guerra mondiale fatta in modo nascosto. Se l’Iran supera il regime, vuol dire che il nuovo paradigma Trump sta vincendo. Se invece il regime resta, risulterà vincitore il paradigma dei globalisti».

Ma il rischio di una guerra civile è concreto?

«No. L’Iran è uno Stato-nazione. Una volta rovesciato il regime, non ci sarebbe la guerra civile. La guerra civile succede quando non esiste uno Stato-nazione».

Importanti dissidenti e oppositori politici sono in carcere anche ad Evin. Qualche osservatore ha detto che proprio nella prigione di Evin si potrebbero trovare i costruttori del nuovo Iran. Cosa ne pensa?

«I costruttori del nuovo Iran sono tutte quelle persone che sono scese in piazza e hanno messo in pericolo la loro vita per protestare contro il regime, senza dimenticare il sacrificio e il contributo di chi è stato ucciso durante le manifestazioni. Penso che l’Iran abbia già una sua classe dirigente. Nel carcere di Evin ci sono personalità che potrebbero svolgere un ruolo. Esiste allo stesso tempo una classe dirigente, proveniente pure da diverse parti del mondo, pronta a sostenere il nuovo Iran».

L'Europa è apparsa ancora una volta poco attiva anche in questo conflitto?

«Proprio così. L'Europa ha dimostrato un’inefficacia incredibile e sicuramente lo si è visto anche con la dichiarazione imbarazzante di Kaja Kallas, che parlava di negoziare con un regime che ha ammazzato 40.000 persone. L’Alto rappresentante per la politica estera credo che non abbia capito di cosa stesse parlando. Nessuno si sarebbe immaginato di negoziare con Hitler dopo il 1941. Spiace dirlo, ma Bruxelles appare miope, poco efficace, debole e non fa ben sperare sul destino dell’Europa, che rischia di diventare un continente di serie B. Gli Stati Uniti invece dimostrano ancora di essere la prima potenza al mondo con la Cina, che in questo momento sta subendo, mentre la Russia appare indebolita. I vincitori di questa partita per adesso sono gli Stati Uniti».

Trump ha criticato il premier britannico Keir Starmer. Il presidente statunitense ha detto che Starmer non è stato di grande aiuto nell'offensiva contro l'Iran. È un segnale preoccupante rispetto ad un'alleanza storica che presenta nuovi scenari in Europa e nel Medio Oriente?

«Donald Trump ha fatto bene a criticare Starmer, essendo quest’ultimo il rappresentante di quello che io chiamo “Londonistan”, espressione dei globalisti che sostengono la Repubblica islamica. Il Regno Unito si è speso in minima parte per cercare di preservare degli interessi nella regione in cui è in corso il conflitto. È intervenuto forse senza convinzione, senza dimostrare un vero attaccamento per chi si batte per la libertà dell’Iran».