Martedì 03 Marzo 2026

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L'intervista

«Per ora non ci sarà cambio di regime ma soltanto di uomini del regime»

Trump parla di settimane, ma l’uscita dal conflitto passa da una mediazione. Tramballi spiega perché il cambio di regime è improbabile

03 Marzo 2026, 10:30

«Per ora non ci sarà cambio di regime ma soltanto di uomini del regime»

Ugo Tramballi

La guerra in Iran è destinata a durare diverse settimane, secondo Donald Trump. Ma sotto le bombe non mancheranno i tentativi di mediazione per porre fine agli attacchi su Teheran e sulle altre città iraniane. «Il dopo Khamenei è comunque tutto da decifrare», evidenzia Ugo Tramballi, Senior advisor dell’Ispi ed editorialista del Sole 24 Ore.

Dottor Tramballi, l’Iran è destinato a voltare pagina definitivamente con la guerra avviata sabato dagli Stati Uniti e da Israele?

«Prima o poi l’Iran, volterà pagina. Non è normale che l’Iran, con la potenzialità che si ritrova, sia totalmente fuori dal sistema economico globale, non faccia parte del G20, e sia un Paese, considerate le dimensioni, isolato nel mondo quanto la Corea del Nord. Però, non credo che questa guerra possa accelerare i mutamenti. Il regime era già pronto a un cambio in previsione della morte di Khamenei, il quale prima di essere ucciso si avvicinava ai novant’anni di età. È molto probabile che quanto sta avvenendo apra sviluppi più lenti e più complicati. In Iran, se volessimo fare un paragone, le forze armate, per quanto molto indebolite in questi anni, non hanno nulla a che vedere con le ridicole forze armate del Venezuela, dove si è verificata la penultima avventura politica e militare di Donald Trump. Non è chiaro, dunque, quali scenari aprirà l’attacco all’Iran. Ieri mattina gli israeliani hanno riaperto il fronte libanese, gli iraniani hanno colpito quasi tutti i Paesi del Golfo nel tentativo di allargare il conflitto, e anche all'interno dell’Iran sfortunatamente non è vero che la maggioranza della popolazione voglia un cambiamento e l’affermazione della democrazia. Credo che il Paese sia spaccato in due tra chi vuole un cambiamento definitivo, con la fine del regime, e chi invece vuole continuare a credere in quel regime».

Nel nuovo attacco gli Stati Uniti sono andati a rimorchio di Israele o è avvenuto il contrario?

«Tutto fa credere che gli Stati Uniti siano andati dietro a Israele. Quanto sta avvenendo è tutto nell’interesse di Israele. Credo, però, che nel giro di poco tempo gli interessi cominceranno ad essere diversi. Netanyahu vive e sopravvive grazie alle guerre e nel giorno in cui termineranno rischierà la prigione per i casi di corruzione dei quali è imputato. Inoltre, prima o poi qualcuno dovrà indagare su come è stato possibile che il 7 ottobre del 2023 Israele fosse così impreparato in occasione dell’attacco di Hamas. Stiamo parlando di un Paese che è andato a cercare uno per uno tutti i leader iraniani e che aveva infiltrati del Mossad in Iran. Donald Trump invece non ha tempo. Negli Stati Uniti anche all’interno della base MAGA molti cominciano ad interrogarsi sulle ragioni di un attacco in un Paese, l’Iran, così lontano, dopo che nella campagna elettorale per le presidenziali americane si evidenziò che gli Stati Uniti non avrebbero mai più messo piede nelle guerre senza fine del Medio Oriente».

I Paesi del Golfo ricopriranno il ruolo di mediatori o verranno definitivamente messi da parte per il regolamento di conti degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran?

«I bombardamenti iraniani un po' in tutto il Golfo fanno dubitare che ci possa essere ancora qualcuno con la voglia di fare da mediatore. Credo allo stesso tempo che ci sarà per forza un tentativo di mediazione. Anzi, penso che questo tentativo sia già in corso per cercare di uscire presto dalla situazione alla quale stiamo assistendo. Il contesto attuale è diverso. L'Iran non è il Venezuela e ha una forza armata organizzata. È un Paese di quasi cento milioni di abitanti e quindi credo che una mediazione silenziosa forse sia già stata avviata».

Con la morte di Khamenei assisteremo ad una fase di transizione?

«Il cambio di regime non è possibile, eventualmente sarà possibile un cambio di uomini del regime con le personalità più moderate che prendono il sopravvento. Il pericolo di una implosione interna è concreto, come è successo in Iraq. Arrivare a Baghdad è stato facile per la potenza militare più importante del mondo, ma poi quando George W. Bush atterrò su una porta aerei, dicendo “Missione compiuta”, non fu così. La vera guerra irachena cominciò da quel momento e in fondo ancora oggi l'Iraq non si può definire un Paese molto stabile. Il rischio è che anche l'Iran faccia questa fine».

In passato alcuni capi politici o rappresentanti di regimi non graditi a qualche potenza venivano indotti ad un esilio dorato. Ora vengono eliminati direttamente. È più facile e utile quest'ultima opzione?

«I valori della politica, il valore della diplomazia, l'importanza del diritto si sono molto abbassati in questi ultimi tempi negli Stati Uniti, ma direi un po' dappertutto. L’ipotesi di una soluzione militare quindi diventa primaria rispetto alla diplomazia. L’amministrazione Trump è la prova più evidente. L'imbarbarimento del sistema globale è evidente e non credo che sarà una cosa destinata a finire presto».

Il 2026 è iniziato con gli Stati Uniti molto impegnati all’estero: a gennaio la cacciata di Maduro in Venezuela, adesso l'Iran. È un anno in cui le tensioni su scala globale non sono destinate ad allentarsi?

«Proprio così. Non dimentichiamo poi l'Ucraina. Trump si è innamorato di autocrati o di personalità che aspirano all'autocrazia, come Bibi Netanyahu o Vladimir Putin. Sicuramente Trump è più vicino alle posizioni di Vladimir Putin che a quelle di Zelensky. Il problema è che cosa ci aspetta. A gennaio ricordiamo l'attacco al Venezuela, ma in quel mese Donald Trump ha aperto una serie di questioni interne che hanno alimentato la tensione fra gli americani, come mettere sotto inchiesta tutti i suoi nemici politici, accusarli di cose terribili o le azioni dell’Ice che hanno provocato la morte di diversi cittadini. Il vero obiettivo di Donald Trump e di MAGA è il mantenimento della conquista del potere negli Stati Uniti, cambiare le regole della qualità della democrazia americana, renderla qualcosa di simile all’Ungheria di Orbán o alla Turchia di Erdogan».