«Sì, è vero. A volte i giuristi hanno il vizio del narcisismo. Scivolano nel bisogno di esibire la loro scienza. Ma ora non serve. L’analisi sofisticata non serve. L’accademia e l’avvocatura, entrambe categorie delle quali faccio parte, devono impegnarsi nel trasferire ai cittadini un messaggio che sia il più chiaro e semplice possibile». Bartolomeo Romano è un giurista e non uno qualsiasi: è stato consigliere giuridico di Angelino Alfano, componente del Csm e, fino a pochi mesi fa, consigliere giuridico di Carlo Nordio. Ha contribuito a elaborare, per l’attuale guardasigilli, tutta la prima parte della riforma, e cioè il ddl penale. Ha offerto il proprio contributo anche alla legge costituzionale sulla separazione delle carriere. Ora si divide fra l’università, il Foro e la vicepresidenza del Comitato “Cittadini per il Sì”.
Professore, avvocati e accademici sono in campo per una sfida culturalmente di minoranza: difendere i valori del diritto penale liberale da cui nasce la separazione delle carriere: come si passa da minoranza nel dibattito pubblico a maggioranza nelle urne?
Innanzitutto serve rispetto per la più alta espressione della democrazia partecipata, il referendum. La comunità dei giuristi ha il dovere di ricordare che si tratta di un referendum confermativo, per il quale non è necessario raggiungere il quorum e i cui effetti si dispiegheranno quindi a prescindere dal numero dei votanti. Bisogna insistere sull’importanza della partecipazione e sul diritto dei cittadini a essere informati. E anche sulla responsabilità che ricade su ciascun cittadino: se si resta a casa, non ci si potrà più lamentare di questa giustizia.
Dopodiché bisogna spiegare il senso della riforma.
Certo. E va detto che per anni, tra i giuristi, ha prevalso un linguaggio inaccessibile ai profani. Una gara a chi esprimeva le analisi più raffinate ed elevate, ma incomprensibili all’esterno, ai non addetti ai lavori. E invece essere padroni di una materia significa anche saperla divulgare nel modo più semplice possibile.
A proposito di slogan immediati, è stato proposto il seguente: “Votare Sì per un giudice più libero”.
Allora: io voglio una magistratura, tutta, libera, autonoma e indipendente. Giudici e pm. Da siciliano, sono grato a tutti i magistrati per avere affrontato, e per farlo anche oggi, un fenomeno terribile come la mafia. E tengo a che la magistratura sia autonoma e indipendente dalla politica. Ma ogni giudice e ogni pm deve sentirsi libero all’interno del suo ordine professionale. Cioè affrancato dalle pressioni che le correnti esercitano su qualunque aspetto della sua carriera.
Quello slogan allude proprio alla libertà dei giudici dalle correnti, nelle quali sono egemoni i pm.
Il Csm, organo di rilevanza costituzionale, è stato giustamente difeso dal Presidente della Repubblica, proprio perché non coincide con l’Anm, che invece è il cosiddetto sindacato delle toghe. Il Csm dovrebbe perciò sentirsi obbligato a decidere in autonomia dalle correnti. E invece oggi difficilmente chi non appartiene a una corrente farà una carriera degna dei propri meriti. D’altra parte, ci sono settori della magistratura, da Di Matteo a Gratteri, al gruppo dei Centouno, che si sono battuti in passato e si battono ancora oggi proprio per debellare il correntismo.
A suscitare le critiche più aspre, nella magistratura e tra i giuristi schierati per il No, è il sorteggio.
Se si vuole dare effettiva attuazione al codice Vassalli e al principio del giusto processo, non si può che separare le carriere di giudici e pm e istituire due Csm separati. Ricordiamo che il nuovo articolo 111, con la parità delle parti dinanzi a un giudice terzo, fu votato da una così larga maggioranza parlamentare che non si andò a referendum. Ma solo con il sorteggio dei consiglieri superiori si libera la magistratura dal potere invasivo delle correnti. Il Csm fu concepito dai costituenti come organo non di rappresentanza delle correnti ma di alta amministrazione. Non è un Parlamento. Non è nato per fare politica, ma per garantire la carriera di ogni singolo magistrato.
Non è un contraltare del potere politico.
Non lo è. E a chi obietta che in plenum non ci si può mandare qualsiasi magistrato vorrei ricordare una cosa: è molto più difficile decidere se infliggere l’ergastolo a una persona, separare coniugi, sequestrare patrimoni, piuttosto che decidere della carriera di un giudice o di un pm.
Quindi è assurdo parlare di inadeguatezza, per i magistrati estratti a sorte come consiglieri superiori.
È assurdo. E lo ripeto, proprio da ex laico Csm: valutare chi è il più bravo fra cinque aspiranti procuratori della Repubblica non è operazione così complicata, è molto più impegnativo decidere della vita di una persona. A meno di non voler affermare che la carriera dei magistrati è più importante della vita dei comuni cittadini.
E non sarebbe il caso.
Aggiungo una cosa: i magistrati guadagnano in relazione non al prestigio della carica ma agli scatti progressivi, alle cosiddette valutazioni di professionalità. Eccezion fatta per i due vertici della Cassazione, tutti gli altri giudici e pm italiani hanno la stessa progressione retributiva. E ben sappiamo come questi scatti vincolati alle valutazioni di professionalità vengano puntualmente riconosciuti al 99 per cento dei magistrati. Sono tutti bravi, quindi, bravissimi, al punto da meritare il massimo dello stipendio. Com’è che diventano inadeguati solo quando si immagina di sorteggiarli per il Csm?
E già.
Vogliamo parlare dei consiglieri togati di matrice elettiva in termini, per così dire, storici? Bene: ricordiamoci sempre che non si risparmiarono dal sottoporre neppure Giovanni Falcone a un interrogatorio.
No scusi, a che cosa si riferisce?
All’esposto presentato contro Falcone da Leoluca Orlando e preso sul serio dalla Prima commissione del Csm. Orlando aveva avanzato il sospetto che il giudice poi ucciso a Capaci non mettesse sul tavolo tutte le prove di cui era in possesso. Non solo. Sempre per stare a Falcone e alla qualità della selezione operata, certe volte, con le elezioni per il Csm, vogliamo ricordare che Falcone si candidò come consigliere superiore e che i suoi colleghi non lo elessero perché lui non faceva parte delle correnti principali?
Il fronte del No ricorda con un filo di malizia, che Falcone ne costituì una sua, di corrente.
E certo: per fronteggiare chi lo considerava sgradito. Le audizioni di Falcone e Borsellino sono nei volumi resi pubblici, pochi anni fa, da Palazzo Bachelet: volumi terribili, ma illuminanti. Non si può dimenticare neppure chi lo accusò di aver spinto per l’istituzione della Procura nazionale Antimafia al solo scopo di andarla a dirigere.
Torniamo alla domanda iniziale, alla difficile impresa di proporre il Sì a un elettorato come quello italiano in generale e a un elettorato conservatore in particolare, che non ha vocazione garantista: come se la caverebbe, se stesse al posto di Giorgia Meloni?
Non mi permetto di dare consigli. Ma è il caso di ricordare che non si tratta di confermare una riforma di parte. Non l’ha votata solo l’attuale maggioranza: in Parlamento. L’ha approvata anche Azione, con Italia viva e +Europa che si sono astenute, e quest’ultima che poi si è schierata per il Sì al referendum. È una riforma discussa già nella commissione D’Alema, richiamata nel programma del Pd fino a poco tempo fa. Augusto Barbera ha più volte detto di essere assolutamente favorevole a questa modifica costituzionale, e ad essere schierata per il Sì è anche una serie di autorevoli esponenti del Pd. Dunque, non è una riforma di parte ed è nelle mani dei cittadini: tocca a loro decidere se non cambiare nulla o allineare il modello italiano al resto delle democrazie occidentali. A chi, come noi giuristi, sa di cosa si tratta, tocca l’onere di informare. Con l’auspicio che i cittadini, in maggioranza, votino sì.