L'intervista
Giovanni Orsina, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss
Comincia a stridere troppo, il paradosso fra la centralità del referendum sulla giustizia e l’atteggiamento defilato dei leader. Fa specie e colpisce, questo scarto, soprattutto alla luce delle posizioni forti ma al limite dell’ingenuità assunte da Carlo Nordio come da Nicola Gratteri. Il primo che si espone ad accuse di schedatura, il secondo che rischia di provocare un senso di offesa in milioni di cittadini onesti pronti a votare Sì, ora più motivati nel recarsi alle urne. Ne parliamo con un politologo come Giovanni Orsina, dall’indiscutibile capacità di descrivere lucidamente i meccanismi del consenso. E il professore della Luiss innanzitutto sdrammatizza, per così dire, e immagina «un intervento in prima linea, visibile, dei principali, anzi delle principali leader nelle ultime due-tre settimane che precederanno il referendum sulla separazione delle carriere».
Ma non è comunque strana la prevalente “diserzione” della politica nella campagna referendaria?
Pesa intanto l’opportunità di affidarsi ai tecnici, di oggettivizzare la propaganda. Se ad affermare la validità o, sull’altro fronte, la pericolosità della riforma è un tecnico, un giurista, la politica evidentemente ritiene che il messaggio risulti più efficace. D’altra parte è vero che la maggioranza tende a sollecitare il Sì soprattutto in riferimento ai benefici sistemici attribuiti alle modifiche, il che naturalmente soddisfa anche l’esigenza di non politicizzare troppo la campagna. Nei sondaggi, chi è orientato per il No sembra motivato dall’ostilità nei confronti del governo, e quindi il profilo defilato assunto dai leader dell’opposizione sembrerebbe spiegarsi meno. Ma anche su quest’ultimo fronte vale, credo, la tendenza a lasciare spazio ai tecnici. Dopodiché c’è anche una questione più semplice.
A cosa si riferisce?
I leader entreranno in scena nelle ultime due-tre settimane, alla fine si metteranno in gioco e lo farà probabilmente anche la presidente del Consiglio, perché non è che si potesse cominciare a parlare con così largo anticipo solo di appelli per il Sì o per il No al referendum sulla giustizia. Siamo ancora a un mese abbondante dalle urne. Su un tema del genere non si può insistere più di tanto.
Sicuramente. D’altra parte non si può fingere che sia un referendum qualsiasi: la giustizia è il tema dei temi, e dopo nulla sarà più come prima, per tutti.
Ma certo, l’impatto politico ci sarà. Però intendiamoci: non ci sarà una crisi di governo, in caso di vittoria del No, anche perché manca un’alternativa all’Esecutivo attuale. Dall’altra parte, se vince il Sì non assisteremmo alle dimissioni di Schlein: il Pd non è in grado di approntare nuove elezioni per la segreteria a un anno dalle Politiche. Certo, per chi lo perderà, il referendum sarà una sberla, ma una sberla forte.
Sia per Meloni che per Schlein.
E sì. La prima vanta tuttora l’immagine di una vincente, immagine che, con la vittoria del No, uscirebbe, seriamente incrinata. Schlein subirebbe una battuta d’arresto importante perché vedrebbe rafforzata l’opposizione interna.
Anche se a spendersi esplicitamente per il Sì è una componente dem tanto autorevole quanto poco “pesante” negli equilibri fra le correnti.
Ma attenzione, parliamo dell’area dem più vicina al Quirinale, che può annoverare ancora figure del peso di Prodi, Gentiloni ed è dotata della più autentica cultura di governo.
Ma alla fine le esitazioni della politica non è che nascono pure dal timore di misurarsi con un’opinione pubblica in maggioranza “poco garantista”?
Allora: certamente è un referendum sulla storia d’Italia degli ultimi trentacinque anni. E soprattutto: se ci riflettiamo, è incredibile che si stia a discutere di una possibile vittoria del Sì, se consideriamo quella storia. Non è che vi sia stato un improvviso recupero di credibilità da parte della politica: si è assistito casomai a una perdita di fiducia nei confronti della magistratura. È qui la spiegazione. Da Mani pulite in poi, i partiti sono stati il problema e, fino a un certo punto, l’ordine giudiziario è apparso come la soluzione. Oggi la magistratura soffre di una delegittimazione analoga a quella subita dalla politica. Pesano i tanti procedimenti aperti a carico di politici e amministratori e poi franati in assoluzioni, che però non hanno rimediato al discredito, alle conseguenze gravi prodotte in termini personali e di carriera. Pesano casi come Garlasco, le tante altre vicende penali a cui la giustizia non ha dato risposta. E pesa, ovviamente, Palamara.
È il vero fattore decisivo della delegittimazione.
Anche perché c’è un problema evidentemente non ancora risolto sulla tendenza a un certo approccio clientelare. Il ministro Nordio sbaglia a parlare di metodo paramafioso, è un’espressione infelice che tradisce le più banali regole della comunicazione, ma come si fa a non definire quel modello, appunto clientelare, basato non sul merito ma sul potere? È impossibile ignorare i libri di Palamara e Sallusti.
Nell’elettorato di destra, tra i conservatori schierati con FdI e Meloni, il timore di andare contro un presidio dello Stato quale pur sempre è la magistratura può far prevalere una tendenza all’astensione?
Lei si riferisce a un segmento ben determinato fra gli elettori di FdI, che però io credo sia minoritario. Parliamo di persone che, come lei dice, hanno un’idea forte dello Stato e di conseguenza sono legate all’immagine di una magistratura forte. Ma si tratta anche degli elettori di destra più consapevoli, che seguono la politica, e che certo dovranno gestire il loro personale conflitto fra l’impressione di poter penalizzare la magistratura e la necessità di tutelare politicamente Meloni. Qui credo che prevarrà la scelta strettamente politica. Il problema al limite è per la parte restante, degli elettori di FdI, molto più numerosa.
E Meloni come potrebbe superarlo?
Il suo consenso è eterogeneo. Non si riduce allo zoccolo duro del 4 per cento che il partito otteneva fino a pochi anni fa. Vi è rifluita gran parte dell’elettorato berlusconiano. E lì il problema sarà portare le persone a votare.
Ci risiamo col rischio, per Meloni, di distanziarsi troppo.
Se fossi al posto della premier, più che fare un appello estremo per il Sì, esorterei ad andare a votare. Direi che è importante, necessario. Inviterei a informarsi. Cambierebbe molto, in termini d’immagine e forse anche di risultato.