Il 19 settembre 1996 Lorena D’Urso di Radio Radicale ha intervistato l’allora consigliere Csm Agostino Viviani, partigiano, azionista, avvocato e giurista, poi deputato socialista, primo e unico firmatario della legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Viviani è anche il nonno materno della segretaria del Pd Elly Schlein. In questa vecchia intervista spiega l’importanza delle carriere separate.
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Consigliere, innanzitutto vorrei chiederle la sua valutazione sul dibattito politico di questi giorni riguardo all’ipotesi di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. È un tema tornato alla ribalta, anche se non è affatto nuovo.
«È bene che sia tornato alla ribalta, ed è anche bene che si sappia che non è assolutamente possibile mantenere unite le due carriere. Guardi il potere che i pubblici ministeri hanno raggiunto - in parte legittimamente, in parte illegittimamente - durante tutta la fase delle indagini preliminari, che si chiamano così ma sono in realtà vere e proprie istruttorie, molto più pesanti di quelle previste dal codice Rocco. La mentalità dell’inquirente, che insieme alla polizia cerca le prove e le valuta in modo tale che spesso basta il sospetto - perché poi, davanti ai giornalisti, si è già di fatto condannati - mi fa domandare se un magistrato che acquisisce sempre più questa mentalità possa poi fare il giudice».
Su questi temi la reazione della magistratura associata è stata molto dura.
Per i magistrati questo è un argomento tabù. È tabù perché non conviene loro: in questo modo passano dalla funzione giudicante a quella requirente senza nemmeno muoversi dalla città in cui sono. Evidentemente esistono interessi particolari. Non capisco come possa essere un tabù quando le due culture sono radicalmente opposte: la cultura del pubblico ministero, dell’accusatore che cerca prove e attribuisce valore a certe chiamate di correo, e la cultura di chi deve solo giudicare se sia fondata la parola dell’accusa o quella della difesa. I pubblici ministeri sono, giustamente, accusatori. Ma cosa succede quando, dopo aver fatto l’accusatore e valutato le prove in un certo modo - magari attribuendo in pubblica udienza valore decisivo alle accuse di un pentito -quella stessa persona passa a fare il giudice? La sua mentalità resta la stessa, e la valutazione della prova sarà inevitabilmente identica. Così si finisce per fondare le sentenze sui sospetti: il sospetto può valere per l’accusatore, ma non può valere per il giudice. Abbiamo sempre detto che il pubblico ministero è una parte: come si può allora trasformare la parte in giudice? Era difficile già col vecchio codice; col nuovo codice diventa una vera contraddizione.
Però si sostiene che, separando le carriere, il pubblico ministero finirebbe alle dipendenze dell’esecutivo. È questo uno dei timori principali della magistratura.
Non è una forzatura: è una falsità. Se al corpo dei pubblici ministeri si danno le stesse identiche garanzie dei giudici - inamovibilità e indipendenza - perché dovrebbe cambiare qualcosa? I giudici oggi non si sentono affatto dipendenti dall’esecutivo, anzi esercitano spesso una funzione di contrappeso. Lo stesso accadrebbe per i pubblici ministeri. Questo è un argomento semplicemente falso.
Il CSM si appresta comunque a intervenire sul tema. Quanto è legittimo un intervento del CSM su un dibattito che è, in fondo, politico e sul quale non esiste ancora nemmeno una proposta di legge?
Il CSM è anche un organo politico. Basta guardare il modo di elezione: i magistrati sono eletti secondo determinate proporzioni e i membri laici sono eletti dal Parlamento. È inevitabile che il Consiglio finisca per avere anche una dimensione politica. Purtroppo c’è di più: questo organo tende sempre più ad acquisire nuovi poteri, poteri che nella sostanza - anche se non nella forma - sono quasi legislativi. Dire che non possa discutere o adottare risoluzioni sui problemi dell’ordinamento giudiziario non me la sento. Che discutano pure: noi risponderemo anche all’interno del CSM. Quando si toccano i privilegi, però, si trovano sempre tutti d’accordo. In ogni caso, anche se il potere di opinione del CSM è grande, resta il potere legislativo del Parlamento: si possono fare proclami, ma le leggi le fa il Parlamento.
In definitiva, secondo lei si arriverà mai alla separazione delle carriere, oppure la corporazione dei magistrati è troppo forte e riuscirà a impedirla?
Nonostante la forza notevole della corporazione dei magistrati, io credo che si arriverà alla separazione. Magari passando prima attraverso una separazione delle funzioni, restando nello stesso ordine giudiziario, oppure con una separazione più profonda. Ci si arriverà per una ragione molto precisa: alcuni pubblici ministeri stanno compiendo abusi tali - e in questi giorni ne abbiamo avuto prove evidenti - che non è più concepibile che quel magistrato possa poi fare il giudice. Mi è capitato al tribunale di Milano: ho avuto un pubblico ministero molto accanito nelle sue tesi e, dopo un mese, me lo sono ritrovato giudice (naturalmente non nello stesso processo). Ma la mentalità resta quella. Per questo penso che si dovrà arrivare alla separazione, volenti o nolenti - anche se i magistrati saranno lenti ad accettarlo.