L'intervista
Verini, senatore Pd
Walter Verini, senatore riformista dem, critica il governo per le norme sulla Sicurezza ma sprona anche il Pd ad aprirsi ed essere plurale, senza etichettare come “traditori” i sostenitori del Sì al referendum.
Senatore Verini, il provvedimento del governo sulla sicurezza è molto sfumato, dopo le sottolineature del Colle: che idea si è fatto?
Sfumata è la politica di sicurezza del governo. Dopo tre anni di penalismo mediatico, le risposte sono più che deludenti. La risposta dopo Torino è stata propagandistica. Se non ci fosse stato il richiamo ai principi della Costituzione del Quirinale, avrebbero partorito un nuovo mostro. Dai citofoni di Salvini alle cauzioni sui cortei.
Scudo penale, fermo preventivo, cauzioni: potrebbero tali strumenti aiutare nella prevenzione?
Provvedimenti improvvisati, incostituzionali. Si bypassa il vaglio della Magistratura, si vuole dare un colpo non alla violenza - da tutti condannata - ma al
diritto di manifestare. Si diano risposte alla Polizia e alle forze dell’ordine. In termini di risorse, stipendi, mezzi tecnologici. Si intervenga sulle cause della violenza. Bene colpire la circolazione dei coltelli (abbiamo proposte di Serracchiani alla Camera e nostra al Senato per limitare la diffusione delle armi). E tra le cause ci sono quelle sociali, scolastiche ed educative. Prevenire la violenza giovanile, intervenire sulla dipendenza di migliaia di ragazzi dai propri smartphone, da isolamento (anche post- covid) e aggressività.
Il M5S di Giuseppe Conte firmò i decreti sicurezza di Salvini: c'è convergenza con gli alleati sulla questione?
Quei decreti gialloverdi furono una vergogna. Credo che i 5 Stelle si siano pentiti. Ma la Meloni, ha perso una occasione. La telefonata della Segretaria a Meloni dopo Torino e la delegazione Pd all’Ospedale dai poliziotti aggrediti, erano segnali di serietà istituzionale. Meloni ha risposto con demagogia e attacco all'opposizione.
Il campo largo è riuscito a firmare un documento unitario, ma lei e altri dem avete posto dei dubbi sulla ricerca forzata di unità: perché?
Abbiamo detto: bene una risposta unitaria delle opposizioni. Purché su un testo credibile e non ambiguo. Il testo lo è stato: proposte sulla sicurezza stringenti, vicine alle forze dell’ordine e ai cittadini, distanti da quelle “securitarie” della destra, e radicale condanna di violenze e riferimenti ad un incubatore di violenza come il Centro Askatasuna. Un passo significativo su temi delicati. La sicurezza è bisogno vitale per i cittadini, specie i più fragili e soli: se non se ne occupa la Sinistra, lo fa la destra, con le sue inaccettabili ricette, che possono però catturare consensi.
Domani (oggi, ndr) ci sarà la Direzione del partito. Si parlerà, tra le altre cose, del referendum sulla giustizia: condivide le critiche a Schlein sulla linea comunicativa del Pd?
Non ho condiviso il post su Casa Pound. Ha detto bene Cuperlo: è apparso speculare a quello del comitato per il Sì che equiparava i sostenitori del No ai criminali bastonatori del poliziotto a Torino. Non mi piacciono, in generale, i toni alti e rissosi. Se li usa la destra non è un motivo per cui debba farlo anche la sinistra. Il No, per cui sono molto impegnato, ha buonissimi argomenti di merito ed efficaci argomenti politici per convincere e vincere. Usiamoli, senza partecipare a risse. La linea del partito è chiara e unitaria: siamo per il No. Ma coloro che (dirigenti, militanti Pd, alcuni fondatori del partito) sono schierati per il Sì non debbono essere trattati da “traditori”. Per noi sbagliano, per ragioni di merito e politiche, ma un partito come il Pd non è una Chiesa e quindi non scomunica. Nel 2016 ci furono dem nei comitati per il No, con il Pd schierato per il Sì. Ma non ci furono anatemi.
Quali sono i punti sui quali serve una svolta da parte della segreteria nazionale?
Ci vuole collegialità. Il Pd è nato per unire culture politiche diverse e fare (dopo le discussioni, non prima) le sintesi. Riunire spesso la Direzione, anche su cose tematiche. Coinvolgere - anche con strumenti digitali - iscritti, dirigenti di base e territoriali, amministratori locali. Discutere, rispettare opinioni diverse, fare sintesi, senza la logica delle conte o dei “like”. Fare il contrario, per esempio, di quello che è avvenuto con la proposta Delrio ed altri di noi contro l’antisemitismo. Dobbiamo prendere iniziative su grandi temi identitari che riguardano il mondo: mettersi in connessione e ricerca davanti agli sconvolgimenti, al trumpismo, al putinismo, agli oligopoli digitali e tecnologici e provare a costruire un pensiero, visioni e proposte nuove del mondo progressista.
Il clima, nazionale e internazionale, non sembra dei migliori...
Non è il tempo delle certezze, degli slogan. Anche in Italia, assieme alla centralità delle questioni che la Segretaria ha posto e praticato in agenda devono stare - ogni giorno - anche sicurezza, legalità, crescita, imprese, formazione e innovazione, partite Iva. Parlare a tutto il Paese. Riallacciare rapporti con tutte le forze sindacali e sociali. Fare tutto questo come Pd. Senza “appaltare” compiti e rapporti ad altri.
Cioè agli alleati del campo largo?
L’alleanza tra tutte le forze progressiste è una necessità, un obiettivo da raggiungere, con pazienza. Per me il Pd deve muoversi, allargare la sua visione e il suo orizzonte (e magari il suo elettorato): le alleanze si costruiranno meglio con un Pd più aperto, più plurale, più forte.