L'intervista
Francesco Petrelli, presidente dei penalisti italiani
Francesco Petrelli, presidente dell’Ucpi e del Comitato “Vota Sì È giusto”, inaugurate il vostro anno giudiziario il 6 e 7 febbraio a Roma con un evento dal titolo “La trasversalità del Sì”. Qual è il messaggio forte che volete lanciare?
Che quelli del Sì e del No non dovrebbero essere due partiti. L’Unione ha nel proprio patrimonio laicità e trasversalità come valori irrinunciabili che credo debbano essere riaffermati con forza proprio in questo confronto referendario. In un contesto che sembra promuovere una logica di scontro fra due diversi blocchi ideologici il linguaggio laico della trasversalità svolge un ruolo fondamentale. Così mettiamo in crisi quella impropria e irragionevole saldatura fra la sinistra parlamentare e l’associazione nazionale magistrati. È per questo che abbiamo invitato tutta la magistratura che vota sì e quella sinistra che è da sempre stata favorevole alla riforma. È un messaggio di verità che vogliamo consegnare a tutti i cittadini.
Cosa pensa della posizione di Goffredo Bettini: sono d’accordo col merito della riforma ma voto No contro Giorgia Meloni?
Bettini si è sempre convintamente e pubblicamente dichiarato favorevole a questa riforma, collocandosi dentro una linea coerente di riformismo che da Vassalli a Macaluso, da Viviani a Petruccioli, ha attraversato tutta la sinistra italiana. Bettini ha solo il merito di dire la verità sul perché del suo voto, mentre la sinistra e la Anm ingannano gli elettori evocando il fantasma di Gelli ed agitando presunti scenari colpisti. Votare contro questa riforma solo perché si vuole contrastare la destra al governo resta, tuttavia, un errore perché una riforma costituzionale è buona o cattiva a prescindere da chi la propone. Affossarla significa decretare l’involuzione definitiva del nostro sistema giustizia, mentre i governi passano.
Come mai la scelta di far intervenire tutti i magistrati per i Sì?
Perché sono loro la prova più evidente della strumentalità degli argomenti utilizzati da Anm. Nel 2022 l’associazione fece un sondaggio interno dal quale è risultato che il 41% dei magistrati era favorevole al sorteggio. Trovo quindi bizzarro sostenere che con quel sistema si intenda umiliare la magistratura, perché significherebbe che la è la magistratura a volere umiliare sé stessa. Ma la verità è che dietro gli slogan dell’umiliazione e della sottoposizione all’esecutivo si nasconde solo una logica corporativa di conservazione del potere correntizio. Giudici costituzionali, presidenti di corte di appello e capi di procura che riconoscono la necessità della riforma svelano nel modo più chiaro questa verità.
Nel dialogo che terrà con Nordio parlerete solo di riforma o si ritaglierà uno spazio per bacchettarlo sul panpenalismo e sull’inerzia sul carcere?
Non abbiamo mai fatto un passo indietro nella difesa di quei valori che animano la nostra azione ed abbiamo sempre fatto sentire la nostra voce a difesa della dignità dei detenuti e contro ogni iniziativa legislativa illiberale e l’inerzia di fronte al fenomeno del sovraffollamento e al dramma dei suicidi. E continueremo ovviamente a farlo perché si tratta di valori non negoziabili.
Il ministro Nordio sabato a Milano ha detto: “Non ho mai detto che i giudici sono appiattiti sui pm” e che “non so se la riforma inciderà sui casi di malagiustizia”. Pure Di Pietro, altro frontman del Sì, ha ammesso: “Ma che c'azzeccano i casi Garlasco, Tortora e gli errori giudiziari con la riforma?!”. E allora può spiegare ad un semplice cittadino perché votare Sì?
Sapere che chi decide è separato da chi accusa, che il giudice non condivide con il pubblico ministero le valutazioni di professionalità, le nomine e la disciplina, è un insostituibile elemento di affidabilità della giurisdizione. La trasparenza delle decisioni è fondamentale per potersi fidare del sistema giustizia, ieri come oggi. Evocare i casi “storici” più clamorosi della malagiustizia ha quindi questo significato emblematico. Ma sono invece convinto che la riforma risolve un problema concreto che ha una radice culturale più profonda, che non deve essere ridotto al cosiddetto fenomeno dell’“appiattimento”: un pm che pensa di essere un giudice finisce infatti inevitabilmente con l’avere di fronte un giudice che pensa come un pm. Sono sicuro che la distanza fra pm e giudice che si realizzerà con la separazione delle carriere, contribuirà alla formazione di una classe di giudici terzi, più forti e più autorevoli, portatori di quella “cultura del limite” che ridurrà in maniera sensibile il margine di errore.
Cosa pensa della campagna che sta facendo una parte della destra, soprattutto Fratelli d’Italia, che invita a votare Sì così le “toghe rosse” non scarcereranno più, rendendo praticamente vano il lavoro degli avvocati, e i migranti resteranno nei centri in Albania?
Purtroppo una campagna impostata sulla polarizzazione ideologica porta inevitabilmente ciascuna delle due parti a “parlare al suo popolo” con slogan e messaggi che mirano a fidelizzare il proprio elettorato. Questo accade sia a destra che a sinistra con affermazioni che non solo non hanno nulla a che fare con il merito della riforma, ma ne stravolgono spesso anche la sostanza.
In questi ultimi giorni il vice premier Tajani ha detto due cose che hanno fatto storcere il naso a diversi avvocati: “La politica faccia pressione sulla magistratura” in Svizzera, “non basta la separazione, ragioniamo sul sottrarre al pm il controllo della pg”. Non lo ritiene un errore tattico?
Lo ritengo un errore tecnico perché si tratta di affermazioni che sono fuori dalla logica di questa riforma. La polizia giudiziaria deve restare a disposizione dell’autorità giudiziaria come sta scritto non solo nel codice, ma anche nella costituzione.
A questo punto della campagna che giudizio dà invece della campagna dell’Anm?
È accaduto quello che avevamo da tempo immaginato. Anm ha abbandonato il confronto sul merito e si è affidata interamente a slogan propagandistici che sostituiscono al contenuto delle norme scenari apocalittici. Una scelta che dimostra come dietro allo straordinario investimento politico ed economico della sua campagna referendaria vi sia in realtà solo l’interesse di conservare il totale controllo da parte di una associazione sindacale privata su di un organo di garanzia costituzionale. Non certo la presunta difesa dell’interesse dei cittadini, che è invece proprio quello di avere un giudice effettivamente terzo ed una magistratura finalmente libera dalla politica.
Sia Nordio che Mantovano hanno ribadito di voler aprire un dialogo anche con l’avvocatura per l’eventuale fase attuativa della riforma. Lei quali suggerimenti darebbe?
Di confrontarsi solo con chi intende dare un serio contributo tecnico senza tradire il senso di questa riforma.