A tu per tu
A Trani, poco meno di un mese fa, l’Unione giuristi cattolici ha inaugurato un ciclo d’incontri sulla riforma della giustizia. Sono stati due magistrati ad aprire, il 12 gennaio, la serie di eventi pubblici, ai quali in seguito sono intervenuti anche avvocati, sul referendum: si tratta di Giovanni Lucio Vaira, pm nella città pugliese, e del presidente del Tribunale di sorveglianza di Lecce Giuseppe Mastropasqua. Riapriamo il discorso con quest’ultimo, in particolare sulla natura di «corpo intermedio» che, come Mastropasqua ha detto a Trani, va riconosciuta anche all’Anm, e sull’importanza che le aggregazioni sociali assumono persino in alcune encicliche.
Sull’imprescindibilità dei corpi sociali siamo d’accordo, presidente Mastropasqua. Ma come la si concilia con le distorsioni che le correnti dell’Anm hanno prodotto nel governo della magistratura?
La complessità della domanda richiede una risposta molto articolata. L’Unione giuristi cattolici di Trani e altre associazioni del mondo cattolico da diversi decenni organizzano incontri pubblici di riflessione e di approfondimento, aperti al dibattito, su tematiche culturali, economiche, sociali, politiche nel senso etimologico del termine. È avvenuto, ad esempio, in vista del “referendum Segni” del 1993 sulla riforma della legge elettorale, di diverse elezioni comunali, del referendum sull’acqua pubblica tenutosi diversi anni fa. Sulla scia di questo passato ricco di esperienze e della Settimana sociale dei cattolici tenutasi a Trieste a luglio 2024 sul tema della ‘Democrazia’, anche questa volta l’Ugci di Trani e altre associazioni cattoliche, senza alcuna pretesa di parlare in nome della Cei, di vescovi, di singole Diocesi, hanno autonomamente deciso di organizzare una serie di incontri volti a far conoscere i contenuti della riforma costituzionale alla luce della dottrina sociale della Chiesa, che su queste tematiche, sin dal 1891, ha detto parole molto chiare: faccio riferimento all’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII, all’enciclica “Pacem in terris” di San Giovanni XXIII, alla Costituzione conciliare “Gaudium et Spes” del 1965, all’enciclica “Centesimus annus” di San Giovanni Paolo II, al magistero di Papa Francesco, che ha ripetutamente sollecitato a operare per l’efficace tutela e promozione della dignità e dei diritti delle persone più fragili e indifese sul piano culturale, economico e socio-politico.
Di nuovo: se è per questo, di un maggior peso delle stesse aggregazioni cattoliche si avverte altrettanta necessità. Nessuna obiezione, a riguardo.
I principi della dottrina sociale della Chiesa, che sono oggetto di riflessione nel corso degli incontri in vista del referendum, possono essere così sintetizzati. Innanzitutto, l’uomo viene prima dello Stato, il quale si limita a riconoscerne la dignità ed i diritti. Quindi, i corpi intermedi, famiglia, categorie professionali, confessioni religiose, associazioni culturali, che vengono prima dello Stato e da questo sono riconosciuti e favoriti, costituiscono le prime aggregazioni umane in cui ciascuna persona, come è previsto dall’articolo 2 della Costituzione, è naturalmente portata a inserirsi, per realizzarsi in maniera più piena e per contribuire allo sviluppo della società mediante “strutture di partecipazione e di corresponsabilità”. E ancora: l’equilibrata e bilanciata divisione dei poteri/funzioni, il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario, che caratterizza lo Stato di diritto, è insita nella natura dell’uomo ed è volta a garantire e tutelare i diritti delle persone, soprattutto quelle più deboli e fragili, “tanto nei rapporti vicendevoli che nei confronti dei funzionari pubblici”. In particolare, il potere giudiziario ha il compito di amministrare “la giustizia con umana imparzialità, inflessibile di fronte alle pressioni di qualsivoglia interesse di parte”, al fine di assicurare “una protezione efficace e indipendente dei diritti”.
Sono principi della dottrina sociale della Chiesa così come della democrazia.
Certo. E alla luce di questi insegnamenti, tutti i corpi intermedi e, per quel che qui interessa, anche l’Anm e in genere l’associazionismo giudiziario, pur essendo da circa 40 anni attraversati da diverse criticità e fenomeni di afasia e di indebolimento determinati dal progressivo sgretolarsi delle ideologie, di cui non ho nostalgia, iniziato nell’ultimo scorcio del ‘secolo breve’, sono chiamati a offrire i propri contributi nei diversi ambiti in cui operano.
È il ruolo culturale delle correnti. Di cui, viceversa, si avverte la nostalgia.
L’Anm e le associazioni di magistrati, sin dalla loro costituzione, hanno accompagnato e spesso promosso lo sviluppo culturale e sociale dell’Italia repubblicana, offrendo nel corso dei decenni notevolissimi contributi. Ricordo in particolare: gli sforzi tesi a innestare e attuare nell’esperienza giuridica e nella vita sociale, mediante il criterio dell’interpretazione costituzionalmente orientata, quei principi costituzionali che sono non programmatici, bensì immediatamente precettivi; l’implementazione e la diffusione della ‘cultura tabellare’, al fine sia di dare piena attuazione al principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge, sia di assicurare l’indipendenza del giudice da condizionamenti ‘interni’ ed ‘esterni’; la demolizione della divisione fra ‘alta’ e ‘bassa’ magistratura; il riconoscimento della legittimità del diritto di criticare i provvedimenti giurisdizionali nei limiti della continenza e dell’oggettività; l’apertura al dibattito pubblico su tematiche concernenti il ‘servizio giustizia’; la tutela dei diritti fondamentali della persona sul piano politico, culturale, sociale ed economico; il ruolo molto significativo svolto a presidio della democrazia durante gli ‘anni bui’ della Repubblica segnati da stragi, terrorismo, criminalità mafiosa e corruzione, tant’è che molti magistrati hanno pagato con la vita per il semplice fatto di aver avviato indagini e svolto attività giurisdizionale, con le armi del diritto e del processo, nei confronti di grumi criminali più o meno potenti e occulti.
Tutto innegabile. Ma...
Ma accanto alle molte luci, non sono mancate diverse ombre che, come talvolta è avvenuto in tutti i corpi intermedi, hanno investito anche la magistratura e gettato discredito sul servizio giustizia, sugli organi del governo autonomo, sull’associazionismo giudiziario. Eppure negli ultimi sei anni il Csm e l’associazionismo giudiziario hanno profuso notevoli sforzi per eliminare le ‘ombre’. Ad esempio, il Csm ha modificato la circolare sulla dirigenza e sulle valutazioni di professionalità, nonché diverse prassi interne di gestione degli affari di propria competenza. L’Anm ha avviato e definito numerosi procedimenti interni a carattere disciplinare nei confronti di diversi magistrati che avevano violato il codice etico.
I gruppi associativi si sono rinnovati e hanno modificato prassi e modalità: basti guardare al documento approvato dal Cdc dell’Anm l’8 giugno 2025. Un gruppo si è rifondato, modificando il proprio statuto interno. Certamente, questi sono interventi innovativi, di cui soltanto nel tempo si potrà verificare l’adeguatezza e l’efficacia, perché il cammino sui binari della deontologia dei gruppi e dei singoli è ancora lungo e va verificato passo dopo passo. Ma è indubbio che notevoli sono stati sino ad ora gli sforzi dall’associazionismo giudiziario, che non potrà mai essere abolito o ridotto all’afasia, perché le criticità o distorsioni, come le chiama lei, che si sono verificate, non possono portare ad abolire i corpi intermedi, né a tarpare le ali alle potenzialità che essi possono esprimere e hanno espresso in quasi ottant’anni di vita repubblicana. In altre parole, un partito o un sindacato o un’associazione professionale, allorquando abbia propri iscritti o rappresentanti indagati o peggio condannati in sede disciplinare o penale, non può essere bandito dalla vita pubblica oppure depotenziato e svuotato nello svolgimento delle sue peculiari attività. Pensare questo significa andare sostanzialmente contro l’uomo stesso, nel quale è insita la propensione naturale a inserirsi in formazioni sociali.