Il muro dell’Anm si incrina. Oltre cinquanta magistrati hanno messo nero su bianco il proprio “Sì” alla separazione delle carriere. È un atto di ribellione aperta che spezza la narrazione di una magistratura monolitica e granitica, schierata in blocco contro la riforma. A raccontarci questa iniziativa è Carme Giuffrida, giudice del Tribunale per i minorenni di Catania.
Da cosa nasce l’esigenza di promuovere una lista di magistrati per il Sì e cosa risponde a chi vi accusa di “tradire” l’indipendenza della categoria schierandovi con una riforma voluta dalla politica?
Ho avvertito da subito la forte esigenza di dissociarmi pubblicamente dalla campagna condotta dall’Anm perché la ritenevo profondamente lesiva dell’immagine della magistratura. L’ho fatto in più occasioni mediante l’unico strumento a mia disposizione, i social, sino a quando uno dei miei post, in cui contestavo l’utilizzo delle chiese per la propaganda dei fautori del no, ha scosso l’opinione pubblica. Questo mi ha consentito di raggiungere più persone, anche colleghi, con i quali, confrontandomi, ho capito che l’esigenza di prendere le distanze da una biasimevole campagna referendaria dell’Anm era comune. D’altronde, continuare a farlo singolarmente non avrebbe consentito alla gente comune e ai tecnici del diritto né di comprendere il grado di insofferenza generalizzato per un sistema correntizio asfittico subito dalla maggioranza dei magistrati, né l’entità del dissenso dei colleghi.
Voi parlate di un numero “assai più alto” di colleghi che voteranno SÌ ma hanno timore di esporsi. Da cosa deriva esattamente questa paura? Quali ritorsioni temono concretamente dal “Sistema”?
Consideri che il Sistema si attiva alla sia pur minima condotta dissenziente Se non si appartiene ad una delle correnti di magistrati, devi quantomeno essere accondiscendente, atteggiamento a cui la generalità dei colleghi impronta la propria condotta, conciliando così l’esigenza di lavorare serenamente con le legittime aspettative di carriera. In poche parole, non si deve necessariamente essere iscritti a una corrente, basta essere dei simpatizzanti o “non disturbanti”. Ciò implica ad esempio l’impossibilità di “sfidare” le decisioni del Csm. Se un magistrato ritiene di essere stato ingiustamente pretermesso e vuole conservare la speranza di poter un giorno ottenere il posto a cui ambisce, non può sfidare il sistema impugnando il provvedimento ingiusto dinanzi al giudice amministrativo. Deve solo mettersi in fila e attendere in religioso silenzio che arrivi il tuo turno. Pensi che anche formulare le osservazioni scritte alle tabelle, come previsto dalle circolari del Csm, viene considerato un atto di ribellione. In una occasione, l’allora presidente della Corte d’Appello di Catania, visto che le mie osservazioni erano più che fondate, convocò l’intera sezione nel suo ufficio e, rosso in volto, con il fumo che gli usciva dal naso e delle orecchie, ci disse che quella era la prima e l’ultima volta che avrebbe rivisto un suo provvedimento. Il Sistema si attiva in ogni modo, dall’isolamento del collega dissenziente alla diffusione di cattiva fama immeritata, alle valutazioni professionali negative per arrivare all’abuso di procedimenti disciplinari e, a volte addirittura penali. Mi dica lei se, per quanto si possa amare il proprio lavoro, così si può lavorare serenamente.
Perché ritenete che solo il “sorteggio secco” per il Csm possa garantire l’indipendenza, laddove l’Anm lo considera un vulnus costituzionale che trasforma l’autogoverno in una lotteria?
L’autogoverno è un termine volutamente abusato. Secondo la Costituzione il Consiglio rappresenta soltanto le categorie dei magistrati (merito, legittimità, inquirenti), non i singoli magistrati. Affermarne la rappresentatività politica e ideologica conduce alla paradossale situazione in cui il consigliere che decide della carriera di un magistrato al contempo lo rappresenti. Il Csm è, invece, l’organo che garantisce l’indipendenza dei magistrati da indebite interferenze di altri poteri dello Stato così come da interferenze interne, compito quest’ultimo che non può svolgere se composto dai rappresentanti delle quattro correnti, spesso anche collaterali alla politica. Tale finalità può essere invece pienamente salvaguardata dalla presenza maggioritaria di magistrati indipendenti dalle correnti. I consiglieri togati non devono “fare cordate” per difendere i magistrati dai consiglieri laici (le uniche cordate da anni realizzano sono finalizzate a far prevalere i propri associati sugli altri). I consiglieri devono solo applicare la legge. Sono certa che la sorte ci consegnerà consiglieri che, come adempiono professionalmente alle loro mansioni quotidiane, sapranno selezionare conformemente alla legge il coordinatore di un ufficio, così come sono certa che saranno alte le probabilità di selezionare, attraverso il sorteggio, magistrati non collusi col potere correntizio e con quello politico.