L'intervista
Tatarella
Sul suo profilo social, pochi giorni fa, ha pubblicato una foto. Risale al 22 maggio 2019 e lo ritrae coi ceppi ai polsi, trascinato con una catena da un uomo della penitenziaria. È stata scattata nel momento in cui Pietro Tatarella, fino a pochi giorni prima rispettabile consigliere comunale di Forza Italia a Milano, veniva portato in Tribunale, nella speranza di ottenere la revoca della custodia cautelare. «Venne aperta la porta per farmi apparire a favore di camera», racconta al Dubbio. Sette anni dopo, Tatarella è stato assolto nel processo Mensa dei poveri. All’epoca candidato all’Europee, venne arrestato poco prima del voto, diventando uno spot per il M5S, che lo brandiva come simbolo di quella legge Spazzacorrotti che era riuscita a far approvare. Ma era un simbolo sbagliato, perché Tatarella era innocente. E ora, dopo aver lasciato la politica, ha una certezza: non esiste davvero garantismo in Italia.
Perché ha deciso di pubblicare su Facebook la foto coi ceppi ai polsi?
Quella foto è una testimonianza: anche io ho provato sofferenza per le immagini di Ilaria Salis incatenata in Ungheria, ma nessuno dice che anche nei tribunali della democratica Italia ciò avviene quotidianamente.
Com’è stato il momento del suo arresto?
Quella mattina stavo andando a Roma per partecipare ad Agorà su Rai3. Ero in aeroporto a Linate quando sono stato fermato da una decina di agenti su ordine della Dda. Sono stato caricato su una macchina dei carabinieri e portato a casa - dove mia moglie e mio figlio, che all’epoca aveva 4 anni, dormivano - per la perquisizione. Subito dopo mi è stata consegnata un’ordinanza di arresto di ben 800 pagine, con l’invito a preparare una borsa perché dovevo essere tradotto nel carcere di Opera. Mia moglie era disperata, il bambino piangeva… È stato difficile lasciarli così.
Di cosa la accusavano?
Ero accusato di finanziamento illecito, corruzione e associazione a delinquere. È complicato spiegare perché, ma per fare un esempio, il finanziamento illecito mi veniva contestato perché avevo organizzato una manifestazione a teatro, come tutti gli anni, e in quell’occasione avevo fatto salire sul palco Fabio Altitonante, all’epoca sottosegretario della Regione Lombardia, che era candidato. Per la procura si trattava di una sorta di finanziamento illecito, avendo io pagato la festa. Sono arrivati persino a ipotizzare un rischio di infiltrazioni della ’ndrangheta nella campagna elettorale attraverso la mia figura, perché avevo parlato al telefono con qualcuno che a sua volta aveva parlato al telefono con persone accusate di associazione mafiosa. Durante il processo di primo grado sono stati smontati uno per uno tutti i capi di imputazione e sono stato assolto, anche se il pm aveva chiesto 7 anni.
Il Riesame, ad un certo punto, le ha concesso i domiciliari. I giudici hanno ridimensionato le accuse?
In realtà no. La motivazione faceva rabbrividire: il Tribunale stabilì che, avendo già fatto quattro mesi di carcere, avevo in un certo senso imparato la lezione. Il tutto senza che fosse iniziato un processo e senza potermi difendere.
Come sono stati quei mesi in carcere?
I primi 46 giorni in isolamento sono stati molto duri. Vuol dire passare 23 ore al giorno da soli in cella, uscire mezz’ora per l’aria, senza poter parlare con altre persone, fare delle attività, vedere la tv o leggere un libro. Scrivevo post-it - che conservo ancora- per non impazzire. Sono stati giorni veramente molto difficili. Le cose sono migliorate quando sono stato spostato in una sezione con altri detenuti e ho avuto la possibilità di relazionarmi con gli altri. Poi, però, il 14 di agosto sono stato trasferito senza neanche avvisare la mia famiglia e i miei avvocati al carcere di Busto Arsizio, dove sono ripiombato in una situazione terribile: ore d’aria limitate in un carcere che ha un sovraffollamento importante. È stato forse il momento peggiore della mia carcerazione. Per una settimana mi svegliavo e non riuscivo a smettere di piangere. In carcere, però, ho trovato grande umanità. Ho scoperto che dietro quei numeri ci sono persone con una storia. Ho persino dato il nome di un ex compagno di cella a mio secondo figlio. E spero un giorno di poter fare qualcosa per chi è detenuto.
Lei è stato arrestato praticamente a ridosso delle elezioni europee, due settimane prima.
Sì, ero candidato e chiaramente la campagna elettorale per me si è interrotta in quel momento. La Commissione parlamentare antimafia mi dichiarò impresentabile, in compagnia del capo del mio partito, Silvio Berlusconi, anche lui candidato. Però ho provato felicità quando ho saputo dal mio avvocato Luca Montone che, nonostante tutto, avevo preso 996 voti. Ovviamente era impossibile farmi eleggere in quella condizione, ma quei voti mi hanno fatto pensare che, comunque, lì fuori c’erano quasi mille persone che credevano nel garantismo in modo profondo.
Come si è comportato il suo partito?
Mi ha sospeso. E non ho sentito più nessuno.
E oggi che tutto è finito?
Ho ricevuto tanta solidarietà, ma dalle singole persone. La cosa che mi aveva rincuorato all’epoca, però, era la solidarietà che avevo avuto da diversi miei colleghi di Palazzo Marino, del Pd e di altri partiti diversi dal mio. Alcuni esponenti del Pd hanno anche scritto una lettera aperta in cui chiedevano di far terminare la misura cautelare.
Quindi il garantismo non è patrimonio di un partito in particolare.
No, appartiene alle persone. E non c’è nessun partito che, oggi, possa sventolare la bandiera del garantismo. Sono le singole persone che, a un certo punto, ci mettono la faccia e lo fanno perché ci credono.
Cosa suggerirebbe alla politica?
Partirei dalla carcerazione preventiva, che deve essere usata con molta cautela. La gente finisce in galera senza che un processo abbia nemmeno avuto inizio e i traumi che ne derivano rimangono per tutta la vita. È evidente che a volte è necessario, però bisognerebbe valutare bene per quali tipi di reato. Poi c’è il tema del gip. Il passaggio tra la richiesta di arresto e il lavoro del giudice delle indagini preliminari nel mio caso mi è sembrato un po’ superficiale. Si dà quasi per scontato che quello che dice la procura corrisponda alla realtà, ma il mio caso dimostra che non è così. Avendo frequentato per svariati anni i Tribunali so che mancano le risorse, che servirebbero più giudici, perché sono oberati di lavoro e ciò non rende possibile fare delle verifiche in modo più approfondito. Poi c’è il tema delle lungaggini processuali. Ci sono tanti tempi morti, passano mesi, a volte anche anni e si rimane in quel limbo. Io credo che sette anni, come nel mio caso, siano veramente troppi.
E la gogna mediatica?
Sono stato sbattuto su tutte le prime pagine dei giornali. Per giorni la mia faccia ha campeggiato in televisione. Report mi ha dedicato un servizio intero a indagini ancora in corso, senza pensare che a guardare la tv c’era la mia famiglia e che il giorno dopo mio figlio sarebbe andato a scuola con il peso di un papà dipinto come corrotto e amico dei mafiosi. Le persone mi consideravano colpevole prima ancora del processo. Non è giornalismo d’inchiesta, ma marketing giudiziario. Basta vedere il nome che hanno dato all’indagine: è evidente che chi si ferma ai titoli senza approfondire pensa semplicemente che ci sono dei politici che hanno rubato sulla pelle dei poveri. Da questo punto di vista, però, quello che mi sento di dire è che la riforma non risolve il problema. Serve un passaggio culturale nei giornalisti e nelle persone.
Lei adesso ha una vita completamente diversa e ha deciso di fare il falegname.
Come mio padre.
Le manca qualcosa della sua vita precedente? Tornerebbe indietro?
No, quel capitolo della mia vita l’ho chiuso e non guardo con nostalgia al passato.
Al referendum voterà sì o no?
Voterò sicuramente sì, perché credo che la separazione delle carriere sia quasi un atto dovuto, anche a tutela anche di quei giudici e quei magistrati che non fanno parte di nessuna corrente e che però devono essere valutati per gli scatti di carriera da un Csm lottizzato. Ma non voglio che la mia vicenda venga strumentalizzata per questa campagna referendaria, così come era stata strumentalizzata all’epoca dal M5S che mi elesse simbolo della bontà della legge Spazzacorrotti.
Vuole mandare un messaggio ai suoi ex colleghi?
Il messaggio che mi sento di mandare è che Il tema della giustizia non può più essere uno scontro tra partiti. Va affrontato sempre con grande equilibrio, ma purtroppo vedo che anche adesso sulla campagna referendaria l’approccio, sia da una parte sia dall’altra, è troppo ideologico e non mi fa assolutamente ben sperare. Anche questi attacchi continui alla magistratura mi sembrano eccessivi. Non mi sento una vittima del sistema giudiziario, perché ho avuto la possibilità di difendermi, di far valere le mie ragioni e di essere assolto in due gradi di giudizio. Il problema è l’equilibrio tra poteri: serve una vera “lealtà” tra politica e giustizia. Senza nessuna riforma basterà.